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Opinioni

BASTA CON IL “MULINO BIANCO”

DANIELE ZANZI - 03/05/2013

“Con l’agricoltura si mangia” o meglio “senza di essa non si mangia”: ecco in sintesi il messaggio, pieno della consapevolezza di chi sa di compiere un lavoro nobile, seppur duro, che emerge dall’assemblea generale annuale di Confagricoltura Varese, giunta ormai alla sua sessantaseiesima edizione e che si è tenuta lo scorso 28 aprile nella splendida cornice del Salone Estense della Città Giardino.

Una rivendicazione orgogliosa di chi sa di essere, seppure sottovalutato, alla base della nostra economia e della nostra civiltà.

“Oltre la crisi: coltivare la terra guardando al futuro”: era questo il titolo ed il supposto leit motiv della giornata. E sì, perché di crisi grave si tratta, anche per il settore primario; i dati snocciolati non lasciano dubbi: il PIL del comparto è calato del 7,3%, raggiungendo il valore più basso degli ultimi dieci anni con una perdita di oltre tre miliardi di euro rispetto a dieci anni fa, le aziende agricole nel Varesotto nell’arco di venti anni sono diminuite del 52% e il terreno a disposizione dei nostri agricoltori è calato del 30% – e senza terra, come è stato ben ricordato, non può esserci agricoltura-; eppure l’agricoltura varesina tiene botta e stringe i denti: è uno dei pochi comparti in cui i livelli occupazionali sono stabili se non in aumento, come pure l’export è in crescita.

L’assemblea annuale di Confagricoltura è un appuntamento consueto che vede riuniti gli operatori agricoli locali e non solo – il parterre era infatti, come al solito, ben ricco di autorità politiche ed esperti internazionali convenuti a portare esperienze e testimonianze.

Per chi ama l’agricoltura, per chi ne riconosce, al di là e al di sopra della sua importanza economica sul nostro PIL, la sua funzione sociale sul territorio, l’assemblea degli agricoltori varesini è un appuntamento bello e imperdibile; non fosse altro che per la bella atmosfera di solidarietà umana e di amicizia che permea i volti e i discorsi dei partecipanti. Perché anche ad un neofita del settore appare evidente la diversità che caratterizza questo mondo da altri mondi produttivi. Questa diversità è apparsa quest’anno, a mio avviso, ancora più evidente ascoltando la relazione del Presidente Provinciale di Confagricoltura, dr. agr. Pasquale Gervasini, che si è sì soffermato sì sugli attesi aspetti economici della categoria che una relazione annuale deve contenere, ma, cogliendo un po’ tutti di sorpresa, ha affrontato a muso duro altri aspetti, quelli sociali e ambientali, sui quali, troppe volte, la prudenza consiglia di non entrare a gamba tesa per non sollevare polveroni o polemiche. Si è dunque parlato di crisi, come riportato nel titolo dell’assemblea, ma forse questa era solo una bella scusa per affrontare altri problemi, buoni da approfondire in privato, ma che una certa prudenza, di cui le assemblee pubbliche sono troppe volte permeate, spesso consiglia di non toccare.

Argomenti invece importanti, da rendere evidenti perché dimostrano che prima di ogni considerazione economica o speculativa sta a cuore l’uomo, con il suo lavoro, le sue paure e la sua capacità di sopportazione – che ha giustamente un limite – di luoghi comuni e frasi fatte. Il Presidente Gervasini ha dunque incentrato la sua relazione annuale su come sia tempo ed ora di smettere di considerare l’agricoltura un paradiso idilliaco, dove tutto è poesia e bucolico, dove il reddito d’impresa sembra non esistere o non interessare, come se l’agricoltore possa vivere solo d’aria e di sana vita agreste.

Insomma basta con “il mulino bianco” della vita in campagna.

“La politica deve smetter di pensare al settore agricolo solo in termini di chilometro zero, di agricoltura biologica, di prodotti tipici e di orti dei pensionati: tutte cose anche importanti e di grande impatto mediatico, ma che nel loro insieme rappresentano solo una piccola nicchia e una quota irrilevante delle produzioni”: queste le parole di Gervasini. Certo frasi controtendenza oggi dove tutto deve essere green, dove si pensa e si guarda all’agricoltura come ad un mondo bucolico e ideale, dove l’importante sembra essere vivere e lavorare all’aria aperta prima ancora che produrre reddito. E invece il lavoro della terra è fatto di fatiche e sudore con l’aggravante della poca considerazione sociale e retributiva.

Il detto “due braccia sottratte all’agricoltura” per indicare chi forse ha studiato, ma non ci arriva, è emblematico della considerazione in cui il settore primario è tenuto. Ed ecco invece qui nel Salone Estense i nostri agricoltori, i florovivaisti, gli allevatori, i produttori di miele – l’oro delle Prealpi -: facce oneste e simpatiche, segnate sì forse dal lavoro, ma che eccellono per forbitezza e acume del linguaggio, per la cultura che manifestano e per la concretezza che può possedere solo chi tutti i giorni si confronta conla Natura.

Occorre dunque un ripensamento da parte della società sulla figura dell’ agricoltore, dell’allevatore, del giardiniere… E già, perché, al di là delle polemiche, delle interpretazioni giornalistiche, del biologico sì – biologico no, OGM sì – OGM no, il senso del “J’accuse” di Gervasini sta proprio nel rivendicare la dignità di un lavoro e di una professione: è tempo si smetterla con stereotipi e frasi fatte; l’agricoltore vive di reddito, investimenti e capacità, non di sogni o di mondi incantati!

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