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Attualità

NELLE SABBIE MOBILI DELLE PAROLE

GIANFRANCO FABI - 24/05/2013

Disinformazione, diffamazione, calunnia. “Tutte e tre sono peccato” ha detto Papa Francesco nell’ormai tradizionale messa mattutina nel giorno in cui ha poi dato inizio al grande incontro con i movimenti cattolici. «Facciamo la disinformazione: dire soltanto la metà che ci conviene e non l’altra metà; l’altra metà non la diciamo perché non è conveniente per noi. Alcuni sorridono ma quello è vero o no? Hai visto che cosa? E passa. Secondo è la diffamazione: quando una persona davvero ha un difetto, ne ha fatta una grossa, raccontarla, “fare il giornalista”. E la fama di questa persona è rovinata. E la terza è la calunnia: dire cose che non sono vere. Quello è proprio ammazzare il fratello!».

Un richiamo rivolto alla comunità cristiana, alle chiacchiere che all’interno della Chiesa si muovono senza rispetto per la dignità delle persone, ma anche al rumore assordante che spesso accompagna nei mezzi di comunicazione la frivolezza fino alla volgarità.

Un richiamo quanto mai attuale quello del Papa in un mondo in cui si moltiplicano le parole e in cui gli strumenti del comunicare rischiano di avere il sopravvento, come profetizzava McLuhan, sul contenuto del messaggio. Perché per farsi sentire bisogna urlare più forte, per fare notizia bisogna essere dissacranti, perché è molto più facile l’insulto rispetto alla comprensione.

Per molti aspetti il sistema della comunicazione, così come spesso i rapporti interpersonali, sembra essere espressione di quella che il sociologo Aldo Bonomi ha definito “la società del rancore”. Una società figlia di un bipolarismo esasperato per cui c’è sempre qualcuno che ha ragione e qualcun altro che ha torto, per cui la verità è sempre eventuale e soggettiva, per cui la libertà di uno non ha nessuna ragione per fermarsi di fronte alla libertà di un altro.

È un drammatico segno di perdita della speranza perché questa rabbia nasce dalla convinzione che per ottenere qualcosa bisogna in ogni caso strapparla ad un altro: tutto si risolve in un gioco a somma zero senza possibilità di costruire qualcosa che sia utile e condivisibile.

Il richiamo del Papa è rivolto in particolare ai cristiani e all’interno della Chiesa perché anche tra i credenti, come aveva sottolineato più volte con grande rammarico Benedetto XVI, si fanno strada le logiche mondane del conflitto e del carrierismo a tutti i costi. “La spazzatura – disse il Papa, ora emerito, nel novembre 2010 – non c’è solo in diverse strade del mondo, ma in diverse anime. Solo la luce del Signore ci pulisce, ci purifica e ci dà la retta via. Lasciamoci illuminare e pulire per imparare la vera vita”.

Le parole sono lo specchio dell’anima. Non è assolutamente vero che le parole passano, volano via. Una parola può ferire, può generare dolore, può provocare angoscia. Rispettare la verità è anche rispettare l’altro, è anche credere che è molto più costruttiva l’unità e la condivisione rispetto alle vendette e alle separazioni. In molte occasioni può non essere facile, ma è ancora più indispensabile.

Nella Chiesa così come nel giornalismo. È significativo che Papa Francesco, nel brano citato all’inizio, abbia detto “fare il giornalista” per indicare la tentazione di raccontare le debolezze o i passi falsi di amici, parenti, conoscenti, colleghi di lavoro, con un po’ di maligna soddisfazione per le disavventure altrui. E purtroppo il giornalismo di oggi, alla ricerca del dissacrante e del sensazionale, sembra illuminare tutti i difetti e i problemi più che valorizzare quanto di buono, ed è tanto, c’è nel mondo. Ma un giornalismo scandalistico rischia di diventare un giornalismo inutile, oltre che dannoso.

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