Widgetized Section

Go to Admin » Appearance » Widgets » and move Gabfire Widget: Social into that MastheadOverlay zone

Editoriale

TEMPO DI PERICOLI

LIVIO GHIRINGHELLI - 07/06/2013

Riflettendo sulla situazione politica e sui problemi che affliggono la nostra società pare di ravvisare alcuni pericoli che incombono sul nostro orizzonte. Innanzitutto preoccupano il populismo, la demagogia, il deficit di etica della responsabilità e di cultura di governo. Di contro alla visione personalistica e cristiana dell’impegno, alla necessità di un consenso consapevole e razionale, non emotivo, sta l’immersione della persona entro la massa, con l’annullamento della sua autonomia e l’esposizione agli slogan gridati, alle suggestioni di una parabola consumistica ormai seriamente compromessa.

I tecnocrati sembrano poi depositari di un pensiero unico di contro alla logica del pluralismo e del confronto, ma il nuovo positivismo, che affida a una tecnica generalizzata la soluzione di annosi e complessi problemi secondo canoni tutti da verificare scientificamente, non si fonda più su alcun ottimismo tipico di tempi andati. La sua visione monistica accusa crepe profonde. Il mito del mercato affidato ai presupposti individualistici del liberismo senza regole determina non solo lo spread finanziario, ma, fenomeno ben più preoccupante, lo spread sociale.

Urge impedire comunque che lo Stato diventi un Moloch e l’economia un Leviatano. Si impone una riduzione gigantesca delle strutture del potere esecutivo; mercato e Stato non possono sempre accordarsi tra loro per continuare a garantirsi il monopolio dei rispettivi ambiti di influenza (questo binomio esclusivo corrode la socialità). Né lo Stato solo può essere titolare del perseguimento del bene comune (statalismo antropologico). Oltre tutto la concentrazione di potere corrisponde all’indebolimento delle garanzie, rimanendo il pieno sviluppo della persona umana e dei suoi diritti il fine essenziale. Le riforme poi devono essere anche lo strumento per liberare le potenzialità sociali della persona e tendere all’organizzazione delle condizioni per il godimento dei diritti, sì che ne derivi l’uguaglianza sostanziale, concreta, tra chi ne deve fruire.

Così ridimensionando il peso della legge statale si può reinserire il welfare nel circuito di creazione del capitale sociale e di valore. Famiglie, associazioni, fondazioni e cooperative non sono soltanto una risorsa da sfruttare per ridurre i costi di gestione. Pubblico non può essere esclusivamente sinonimo di statale, regionale, amministrativo.

Passando a problemi di sensibilità e di costume bisogna che ognuno di noi si lasci inquietare, oltre ogni tentazione egoistica, dalle ingiustizie, vicine o lontane, che tormentano il mondo, provocando sofferenze inaudite e coltivi un rapporto diretto con quanti le patiscono e si sentono abbandonati da parte delle istituzioni. Bisogna che sentiamo in piena libertà la necessità di confrontarci con la parzialità delle nostre posizioni, con il fallimento delle nostre teorie.

Non si deve mai dare per certa una soluzione non sottoposta a critica. Siamo soltanto una parte in gioco, ciascuna portatrice di diritti e interessi legittimi da comporre. Solo dubitando anche della nostra trasparenza, del proprio comodo, del nostro punto di vista e cercando quello d’altri possiamo sconfiggere la logica manichea dell’eterno conflitto. Soprattutto non dobbiamo cedere alle tentazioni del disfattismo, rifuggendo anche dal circolo vizioso che si crea tra disillusione, deleghe in bianco e false promesse palingenetiche. Ogni soluzione non può essere che perfettibile. La ricerca del consenso va inquadrata entro accordi parziali e passi in avanti progressivi. L’autonomia della persona non può essere esclusivamente autoreferenziale.

Val la pena di chiudere queste considerazioni con il monito gandhiano: l’uomo si distrugge con la politica senza principi etici, con la ricchezza senza lavoro, con l’intelligenza senza il carattere, con gli affari senza morale, con la scienza senza umanità, con la religione senza la fede, con la solidarietà senza il sacrificio di sé.

Facebooktwittergoogle_plusredditpinterestlinkedinmail

You must be logged in to post a comment Login