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Attualità

POLITICA E SPIRITO DI VERITÀ

CAMILLO MASSIMO FIORI - 10/01/2014

Lorenzetti, Allegoria del Buon Governo, Siena (particolare)

Più grave della crisi economica e sociale che tarpa le ali al nostro futuro è la crisi morale che ci impedisce di guardare alla realtà con spirito di verità.

“I maestri di sventure ed illusioni – ha detto recentemente il presidente della CEI cardinale Angelo Bagnasco – alimentano un modo di pensare pericoloso che può trasformarsi in rabbia cieca e distruttiva”.

Il cascame psicologico della crisi è costituito da un impasto di diffidenza e illusione nei confronti della politica che si accompagna ad una propensione per le soluzioni facili; è questa la premessa per buttarci, come è accaduto altre volte nella nostra storia, nelle braccia del millantatore di turno.

Si respira un desiderio inebriante di leadership che sarebbe in grado, con un colpo di bacchetta magica, di cambiare la realtà: abbattere le tasse, creare posti di lavoro con decreto legge, sbaragliare le burocrazie, aumentare salari e consumi, come se l’economia globalizzata non avesse dissolto la divisione internazionale del lavoro con la deindustrializzazione e la localizzazione degli impianti industriali nei più convenienti Paesi emergenti e gli Stati nazionali fossero in grado di dirigere l’economia mentre in realtà avviene il contrario.

Le forze politiche sembrano fare a gara nel proporre una soluzione illusoria; quella di tornare indietro invece di guardare avanti con realismo; il dibattito politico è ancora fermo alle tematiche del Novecento: la lira, l’intervento assistenziale dello Stato, il localismo.

Il Duemila è cominciato da tredici anni ma noi siamo ancora fermi alle contrapposizioni e alla fratture storiche del secolo scorso che ci impediscono di vedere come la via d’uscita dalle attuali difficoltà è quella di saper affrontare la concorrenza in un mercato mondiale e di integrarci meglio nell’Europa perché da soli non si va da nessuna parte.

Il miracolo economico italiano è avvenuto quando il Paese è uscito dal regime di autarchia, dall’angusto nazionalismo e ha accettato di competere attraverso il mercato comune europeo.

Invece di concorrere a migliorare i meccanismi dell’Unione Europea, riconoscendone la validità del progetto che ha messo fine a secoli di competizioni anche cruente, ci lasciamo trascinare da una forma di nostalgia che si trasforma però in una forza paralizzante.

Confrontarsi con la realtà significa prendere atto che l’Italia ha un debito di oltre duemila miliardi di euro e per finanziarlo deve ottenere ogni anno 400 miliardi di euro di prestiti attraverso la sottoscrizione di Buoni del Tesoro. La spesa per gli interessi è stata per il 2013 di 84 miliardi che incidono per 1430 euro per ciascun cittadino. Il fabbisogno di cassa per il 2014 (cioè la differenza le entrate e le uscite al netto degli interessi) che lo Stato deve finanziare sempre con prestiti per poter far quadrare il bilancio è di quasi 80 miliardi. Le entrate sono rappresentate dalle tasse che non possono più essere aumentate perché già incidono per il 44,4% del prodotto interno lordo e le uscite sono costituite dalle spese (in gran parte destinate allo “Stato sociale” e in minima percentuale agli investimenti). I conti pubblici devono “quadrare”, non c’è artificio che possa far superare questa spiacevole situazione e pertanto i margini di azione del Governo sono modesti: non si fa di più perché non si vuole ma perché non si può.

È appena il caso di ricordare che il taglio più facile e a portata di mano della spesa pubblica è la diminuzione dei tassi di interesse sul debito; negli ultimi due anni abbiamo gettato al vento quasi venti miliardi per maggiori interessi, ora che lo “spread” è nuovamente ridisceso da 500 a 200 punti abbiamo la possibilità di disporre di risorse aggiuntive condizionate però dalla fiducia dei mercati esteri nei confronti del Governo nazionale.

Anche per questa incapacità di guardare una realtà radicalmente diversa i partiti sono in crisi profonda; non riescono a fare una analisi della società, non sono neppure in grado di intercettare il malessere sociale e conseguentemente di trovare soluzioni coerenti.

Se manca lo spirito di verità la politica si riduce ad una operazione di marketing per raccogliere i consensi ma non si può pensare che i problemi si possano risolvere solo sulla base dei voti e delle maggioranze; ci vuole un programma che stabilisca alcune priorità.

In passato i partiti sono stati, con la loro organizzazione e la loro cultura politica, una scuola di responsabilità, la fabbrica del consenso, della legittimazione e della coesione sociale; ora sembrano dei gusci vuoti incapaci di creare senso di appartenenza e trascinati dalla corrente delle opportunità se non degli opportunismi.

L’unica novità di questi mesi è il rinnovamento generazionale della classe politica, i quarantenni al potere, il nuovi rampanti al posto dei vecchi marpioni; ma è un mutamento non risolutivo.

Lo ha notato anche il cardinale Angelo Scola che, nell’omelia di capodanno, ha ricordato che “non basta, anche se è utile, il venire in primo piano delle generazioni di giovani. È richiesta tensione all’ideale del bene comune (perché) la politica proclama spesso a parole il bene possibile ma nasconde le forme gravi di egoismo personale, di lobby e di particolarismi”.

L’opinione pubblica infatti non ha accolto con visibile interesse l’avvicendamento delle nuove generazioni mentre vede come una autentica novità la figura e lo stile di papa Francesco che ha portato nella Chiesa uno spirito evangelico di verità.

Le elezioni politiche dello scorso febbraio sono lo specchio di una società frammentata che non riesce ad esprimere una maggioranza omogenea di governo e le spaccature sono dentro tutti i partiti perché non hanno più un ideale e un progetto condiviso.

Per colmare il vuoto della politica si è dovuto richiamare un galantuomo come Giorgio Napolitano che ha svolto con responsabilità il suo alto ruolo istituzionale ma che, a causa dei suoi pressanti richiami alle forze politiche affinché attuino le riforme da tempo promesse, è oggetto di una polemica futile e infondata al solo scopo di creare un alibi alle insufficienze dei partiti. Ma così la politica diventa una lotta di tutti contro tutti, una campagna elettorale permanente, la crisi di sfiducia si generalizza, il Parlamento viene delegittimato e il Governo può opporre solo una fragile barriera al caos organizzato dai mestatori di professione e al largo fronte dei sostenitori del “tanto peggio tanto meglio”.

Dopo il populismo della Lega e del “berlusconismo” si è aggiunto quello del Movimento di Beppe Grillo che non ha neppure una base di idee elementari e si fa largo facendo uso di slogan, di maldicenze, di insulti; la vita politica è diventata una campagna elettorale permanente.

La crisi morale non è soltanto la conseguenza di quella economica e politica ma anche il risultato del fallimento del progetto educativo che dovrebbe essere alla base della nostra società. È proprio dall’educazione del popolo che si deve ricominciare per ricostruire il senso civico della comunità italiana.

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