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Attualità

FARE SQUADRA COME AI TEMPI DI BORGHI E ARCARI

COSTANTE PORTATADINO - 10/12/2011

 

Bruno Arcari (da Wikipedia)

Inciso nell’acciaio della targa che gli intitola la tribuna d’onore dello stadio “Franco Ossola”, accanto a quella che ricorda Giovanni Borghi, il nome di Bruno Arcari, allenatore del Varese Calcio dal 1966 al 1969, dice poco ai giovani tifosi, moltissimo alla generazione di sessanta-settantenni che affollava la cerimonia di intitolazione il 2 dicembre scorso.

Tutti ricordavano il 5-0 inflitto alla Juventus, molti le quindici giornate al secondo posto in classifica, prima che l’infortunio a Picchi, il libero della Nazionale, il personaggio di riferimento, rallentasse la corsa alla fine del campionato. Molti hanno ricordato la sua opera di allenatore-maestro dei giovani, dai primissimi anni alla Gallaratese, poi al Milan, “in seconda” con Puricelli e Viani a vincere due scudetti, poi in quasi tutta Italia, da Messina a Trieste, a Varese, per concludere come maestro dei giovanissimi, per parecchi anni, ancora al Varese e alla Malnatese.

Vorrei usare i suoi racconti, ben sintetizzati nel libro “Bruno Arcari. Maestro di calcio e di vita” che gli amici giornalisti di due generazioni gli hanno offerto alla memoria, per uno scopo più ambizioso: evocare il clima, lo spirito di quel tempo, come da pochi reperti l’archeologo ricostruisce li senso di una antica civiltà.

Comincio con il ricordare qualche esperienza significativa: l’esordio in prima squadra nel Codogno a quindici anni, il trasferimento a Livorno a diciassette, per giocare in serie B, condividendo squadra e casa col fratello Angelo noto come Arcari II, segnare trenta gol in serie B, record ancora imbattuto, Vedere il proprio fratello Piero, Arcari III, selezionato per i Mondiali del ‘34, prepararsi per i Mondiali del ‘42 e vederli svanire a causa della guerra, giocare sei campionati di guerra, talvolta scendendo in campo tra un allarme aereo e l’altro; infortunarsi gravemente giocando con la nazionale e condividere la corsia d’ospedale con i feriti di guerra, esperienza dolorosa, ma fortunata, diceva: senza quell’incidente potevo andare in guerra in Russia…

Bruciata la parte migliore della carriera dai sei anni di guerra, ricominciò da Bologna nel ‘45/46 a trent’anni, sfiorando lo scudetto, vinto dal “grande” Torino, e dal ‘49 proseguì per qualche anno la carriera nelle serie minori, ricoprendo la doppia figura di calciatore e di allenatore, da Reggio Emilia, a Taranto, a Piacenza, a Gallarate.

L’uomo che si era formato in questi anni di sacrifici e di esperienze difficili si manifestò nella figura di allenatore, secondo uno stile ben diverso da quello odierno, attento al rapporto umano più che ai risultati e alle esigenze mediatiche. La sua capacità gli valse tre volte il premio “Seminatore d’oro”, conferito a quell’allenatore che più avesse contribuito alla valorizzazione di giovani calciatori.

Giunse quindi a Varese nel ’66, dopo aver percorso l’Italia intera: Monza, Messina, Catanzaro, Lucca, Parma, Trieste. Erano gli anni del boom per l’Italia, per la Ignis di Giovanni Borghi che era pure presidente e finanziatore del Varese Calcio e di molte altre iniziative sportive e sociali. Quando il Presidente del Consiglio Aldo Moro venne a Varese in visita ufficiale, inaugurò il collegio De Filippi e la casa di riposo Mauri Sacconaghi, volute e sostenute da Borghi. Egli fu il faro della città e l’impulso dato all’economia e al sociale dalle sue iniziative fece finalmente di Varese una “vera” città, il capoluogo di una provincia che fino ad allora stentava a riconoscersi. Le folle che si ritroveranno per anni al Franco Ossola cementeranno i sentimenti comuni più di tanta politica e il nome di Varese correrà nel mondo non più solo per scarpe e valigie…

Credo sia da ricordare un episodio significativo; il Varese fece una tournee in Etiopia e venne ricevuto dal Negus, allora regnante, a conferma della larghissima apertura di vedute di Borghi. In seguito ci furono contatti con membri del governo etiopico per favorire iniziative industriali congiunte, ma tutto fu poi messo da parte a causa della fine del periodo di sviluppo economico.

Sarà un caso che la sfortunata stagione ‘68/69 del Varese Calcio coincida con l’inizio del declino del boom economico del Paese, della Ignis e di Varese? Per la crisi della squadra ci furono ragioni oggettive: Picchi non si era ripreso dal grave infortunio, Anastasi era stato ceduto alla Juventus, il suo sostituto, il promettente Cappellini, fu frenato anch’egli da un infortunio, il portiere ebbe una stagione difficile, insomma il momento magico era passato, né Arcari né Picchi seppero trovare la soluzione per evitare la retrocessione. Il Varese si riprese l’anno dopo, ritornando in A sotto la guida di Liedholm, con Guido Borghi presidente.

L’economia varesina continuò a ristagnare e la stessa Ignis pochi anni dopo passò alla Philips e Varese perdette il primo e più importante dei centri decisionali produttivi. Ben presto sarebbero seguite le cessioni di altre importanti aziende e banche a gruppi esterni al territorio. Restavano, in decrescita, le strutture produttive, ma la “testa” e i dividendi e, qualche volta, i capitali resi liquidi, andavano altrove…

Oggi siamo nel pieno di una nuova e più grave crisi di dimensione mondiale. Oggi vediamo la Whirpool, erede della Ignis, delocalizzare anche la produzione, cioè il lavoro di centinaia di persone, in altri paesi. E, ancora una volta, questa difficoltà è solo la più importante di tante.

Che fare? Non rassegnarsi.

Sarà un caso che proprio in questi anni anche il Varese Calcio ha ritrovato slancio e ha sfiorato la promozione in serie A? È possibile tornare a “fare squadra” come ai tempi di Borghi e di Arcari?

Affinché non rimanga una gradevole metafora o una utopia, questa speranza deve concretizzarsi in investimenti, di idee e di volontà di collaborazione, prima ancora che di denaro, considerando con realismo che non potrà tornare quel tempo, sia che guardiamo al lato romantico ed eroico dello sport, sia a quello pionieristico della prima industrializzazione. Ci sono nuove opportunità che non c’erano quarantacinque anni fa… Penso all’università, a Malpensa, alla carenza di infrastrutture finalmente affrontata con la Pedemontana, la ferrovia Arcisate-Stabio, la prossima apertura del Gottardo…

Mi pare di sentire un coro dalle tribune: “Torneremo, torneremo in serie A”!

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