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Società

GRANDE BELLEZZA E DEGRADO

CAMILLO MASSIMO FIORI - 14/03/2014

La “Grande Bellezza”, il film di Paolo Sorrentino premiato a Hollywood con l’Oscar, è il ritratto di una grande città, Roma, che trasmette la nostalgia di una bellezza classica accumulata nei secoli e che descrive la decadenza di una città travolta dal degrado fisico e morale.

Il degrado urbano non è però una “fiction”, è reale e minaccia di provocare il fallimento di una delle più antiche e celebri città del mondo, capitale di una nazione che è tra le prime dieci potenze economiche del globo.

Il governo ha dovuto intervenire d’urgenza con il “decreto salva Roma” per stanziare 500 milioni di fondi pubblici. La città è divenuta il simbolo di una politica marcia e collusa con la speculazione edilizia, inquinata dagli interessi privati clientelari, con spese abnormi fuori controllo e una pletora di dipendenti che superano quelli del gruppo Fiat in Italia. Sulla poltrona di sindaco si sono seduti palazzinari, piccoli funzionari di partito, macchiette di potentati locali; è diventata il simbolo dell’Italia peggiore, quella dei compromessi, e non rappresenta più l’unità italiana; nessuno è più disposto a morire per Roma come all’epoca del Risorgimento.

“Roma corrotta, uguale nazione infetta” è stata, negli anni Cinquanta, la denuncia degli italiani sensibili di fronte alla dilagante speculazione che ha trasformato la fertile campagna romana in una serie di periferie invivibili. Mezzo secolo dopo i politici del Nord, invece di rimediare gli errori della “piemontesizzazione”, l’hanno abbandonata al suo destino, priva di strumenti urbanistici adeguati, non disdegnando di apprezzare gli agi e privilegi dispensati a piene mani ai rappresentanti del popolo.

Roma capitale ha un disavanzo strutturale di 1,2 miliardi all’anno e un debito pregresso di oltre dieci miliardo che, con gli interessi, arriva al doppio della cifra. La causa è, oltre al mostruoso organico, delle società controllate di cui quella dei trasporti, l’ATAC, ha un numero di dipendenti uguale a quello dell’Alitalia. I mali vengono da lontano, ci sono debiti da pagare che risalgono alle Olimpiadi del 1960. Ma soprattutto l’incontrollata espansione edilizia, la mancanza di piani regolatori, l’aggiramento sistematico delle regole che hanno trasformato Roma in una città magari affascinante nel centro storico ma invivibile nelle aree urbanizzate anche sui terreni alluvionali. Con Roma allo sbando deperisce anche l’inestimabile patrimonio archeologico italiano, uno dei maggiori del mondo, e si degrada la vita civile sotto il peso di una corruzione che sembra non abbia limiti.

A Roma si sta consumando il fallimento della politica locale ma anche quello di una classe politica dirigente che non si preoccupa del bene comune ma privilegia gli interessi privati e particolari. Senza Roma neppure l’Italia è salva dalla “debacle” collettiva,

“Guai. Guai, la grande città,
tutta ammantata di lino puro,
di porpora e di scarlatto.
Adorna d’oro,
di pietre preziose e di perle!
In un’ora sola
tanta ricchezza è andata perduta !”
(Apocalisse, !8, 16-17)

 

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