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Cultura

SPIRITUALITÀ TRA LE DUNE

DINO AZZALIN - 18/04/2014

“Gli occhi della mente vedono più degli occhi del cuore”, ha scritto il filosofo Giorello. “Ma se gli occhi non hanno la stessa fluorescenza del cuore credo si possa vedere ben poco: con questa luce si può scrutare meglio il cuore degli uomini, e anche qui in questa nuova dimensione immensa che è misura e forma dell’ignoto. Questo mi sembrava fosse il deserto, un terreno prima del niente, prima dell’uomo, una entità lontana dalla storia e dal tempo, nel silenzio estremo della mente. Sentivo di dover lasciare indietro tutto, avere come gioia la pietà, l’amore, l’ineluttabile limite che la vita ci pone, una distesa di attimi nella distesa del nulla… sabbia, silenzio”.

Rileggo queste righe a più di vent’anni di distanza sul libro che avevo scritto tanti anni fa: “Diario d’Africa” che parla proprio della mia prima volta in Africa, e di un insieme di tante altre che mi hanno commosso e stregato, e mi rendo conto di quanto sia ancora vero ciò che allora provavo, una gioia nata ai confini del Sahara. “Chi dice che il deserto è terra inospitale e senza vita o chi pensa a un enorme distesa di sabbia si sbaglia: il Sahara custodisce una vita segreta e sorprendente: piante, animali, esseri umani sono frutto di una precisa selezione naturale. Bastano alcune gocce di pioggia in un anno intero per far fiorire gigli bianchi, primule selvatiche, misteriosi fiori rossi che durano solo qualche giorno o qualche ora, spargendo però prima di avvizzire, il loro tesoro di semi nella sabbia…

Ci addentrammo nel cuore dell’avventura insieme a una decina di uomini e donne, dove si parlavano diverse lingue ma l’unico punto in comune era l’impegno di soccorrerci reciprocamente in caso di difficoltà da quel momento in avanti nessuno si sarebbe occupato più di noi eravamo nel mezzo di un oceano di sabbia, in balia dell’ignoto e del silenzio e il destino volle che i giorni della pista, autentico calvario per uomini e mezzi, coincidesse proprio con i giorni della passione di Cristo…”. Era il 1986, allo schiudersi della primavera e già cuore e mente si univano in una unica emozione dove la fatica era niente in confronto a una meraviglia così grande. “Stare insieme qui è come pregare”, disse Giacomo in modo naturale, e quel concetto fu per sempre la mia Bibbia, perché proprio da quel viaggio, per la memoria di mio padre appena scomparso, s’è iniziata la mia esperienza con il bene per gli altri.

“Lo spettacolo che ci si presentava ogni giorno era sempre diverso, alte colline di sabbia si alternavano a paesaggi lunari o a massicci rocciosi come lo Hoggar nei pressi di Tamansarret, che il lingua Tuareg significa terrore, in uno scenario a volte davvero desolante e sconvolgente. Qui alcuni monaci si erano ritirati a cercare il più silenzioso colloquio con l’Eterno. Uomini che vissero in esilio volontario, lontani dalle passioni, cenobiti in preghiera dentro sperduti romitaggi, appollaiati su maestose e scheletriche montagne… Asceti del Duemila che solo il nudo ardente del deserto avrebbe potuto contenere”.

Quanta vita pensavo allora, quante sorprese, e quanto diverso a volte dal deserto reale, i silenzi urbani, veri deserti umani affollati a volte da una grande indifferenza. Questo mi viene da pensare e da quella esperienza nacque un mio verso che diede inizio a un altro libro dal titolo proprio “Deserti”: “I deserti non sono quelle solitudini che animano in confini del Sahara / ma i silenzi che nascono dentro / quando si smette di sognare”.

Ecco io credo che in queste note affluisca una riflessione profonda, che negli altri, nell’accoglienza, nel volontariato, nella gratuità, e nel tempo di mezzo, anzi ben oltre forse, in questa nuova Pasqua, sia grande il valore della condivisione e dell’accoglienza degli uomini poveri, così come anche Papa Francesco, ci esorta ogni giorno con la sua straordinaria testimonianza, fa comprendere meglio quanto la conoscenza passi sempre dal cuore, dall’amore quello stare insieme come in preghiera, che i “Padri del deserto realizzavano con la perfezione della rinuncia, affidandosi alla continuità dell’orazione.”

Ed è ameno questo ricordo che passa necessariamente dalla spiritualità delle cose che sono qui davanti al Rosa e il lago che è questa macchia d’azzurro tra il verde, fatta non solo dal paesaggio ma di canti e i profumi della primavera, non diverso da quelli del silenzio e della solitudine, intesa non come condizione profonda, ma come ricchezza umana. Buona Pasqua.

 

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