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Società

LA SFIDA CULTURALE DELL’AFFIDO

ANNA MARIA BOTTELLI - 25/04/2014

Nell’ambito del progetto SfidAFFIDO, l’ANFAA (Associazione Nazionale Famiglie Adottive e Affidatarie) di Como ha voluto coinvolgere alcuni professionisti per informare e formare famiglie disponibili ad accogliere presso di sé, per un periodo dal più o meno lungo, bambini molto piccoli che altrimenti sarebbero inseriti in Comunità.

Insieme a psicologi, pedagogisti, assistenti sociali, sono stata richiesta nel mio ruolo di pediatra (per numerosi anni anche responsabile sanitaria di una Comunità varesina di minori) a fornire informazioni sulla fisiologia e la patologia del neonato (primo mese), lattante (primo anno), grandetto (secondo e terzo anno) e a orientare sull’importante scelta “famiglia” anziché “comunità”.

L’ambizioso progetto distribuito in un arco temporale di circa un triennio (2012 – 2014) si è da poco concluso con un Convegno tenutosi a Como che ha visto la partecipazione di numerose persone interessate all’argomento. Durante le serate info-formative le famiglie presenti hanno manifestato entusiasmo e capacità di collaborazione con interventi mirati e attenti.

Pur sottolineando le difficoltà socio-economiche del momento e quelle più specifiche dell’affido in sé, i partecipanti hanno dimostrato di voler contribuire a portare avanti le proposte e i contenuti del progetto, purché ci si mantenga “in rete” nel sostenere le difficoltà quotidiane.

La possibilità di un confronto rende il giogo più leggero e fa sentire le famiglie e i bambini stessi meno soli di fronte a qualunque problematica. Ho recentemente stilato un documento-sintesi che ho distribuito a tutti i partecipanti del percorso formativo. Lo propongo qui di seguito.

“Nell’ambito del Progetto SfidAFFIDO si è finalmente cercato, a più voci, di sottolineare e far comprendere agli adulti i bisogni del bambino molto piccolo che vive lo stato di disagio e di abbandono.

Anziché la scelta storica di una comunità, ovvero di un ambiente neutro dove la pur ottima professionalità degli operatori si coniuga sempre con una presenza ciclica e diversificata, questo progetto ha voluto trasmettere attraverso le varie riflessioni l’importanza di una famiglia per un bambino, anche già da subito, dall’età neonatale qualora ci fosse bisogno, perché quanto più è piccolo tanto più il bambino va accolto, accudito, ascoltato, amato.

Sia dal punto di vista pediatrico che familiare, in un percorso di crescita di bambini così socialmente complessi, bisogna saper mettere in gioco non solo la propria sapienza – competenza, ma anche una disinteressata dedizione – partecipazione affettiva.

Nel dettaglio, insegnare a capire e differenziare il pianto o come dedicare con attenzione i delicati momenti legati alla nutrizione o ancora come osservare minutamente i vari passaggi evolutivi psicomotori, di crescita staturo-ponderale, di apprendimento del linguaggio, il perché di un sonno disturbato, una apparente immotivata immaturità sfinteriale e altro ancora, sono stati argomenti trattati e condivisi con entusiasmo dalle famiglie presenti durante i vari incontri.

Si è parlato anche di reazioni paradossali espressione nel lattante o nel grandetto di sentimenti negativi perché trattasi di piccoli inascoltati; di atteggiamenti oppositivi apparentemente senza motivo, ma che hanno radici profonde in un disagio più o meno lontano; di somatizzazione di ansia, di depressioni latenti da cui successive difficoltà emotivo-relazionali scolastiche o ambientali.

Ciò perché il percorso di crescita non presenta solo aspetti fisiologici, ma purtroppo e molto spesso anche patologici: fattori individuali, socio-economici, ambientali influenzano la salute o la malattia per cui si è richiamato, auspicandolo, il concetto di famiglia pedocentrica che provveda e che preveda, in una società che sia puerocentrica.

Società che ha avuto una rapidissima evoluzione, soprattutto negli ultimi 30-40 anni, con affrettate maturazioni di stili di vita, da cui rischio di anomalie comportamentali e successive famiglie inadeguate, disgregate o comunque fragili (tossicodipendenza, abuso di alcool, o di psicofarmaci, gravi disaccordi, malattie dei genitori, problemi economici, ecc.).

In questa corsa sociale al benessere, a partire dagli anni ’80 si è osservata inoltre una progressiva riduzione delle patologie acute dei bambini, a fronte di un aumento di quelle croniche, delle disabilità, del disagio psicosociale. In quest’ultimo capitolo si inserisce il maltrattamento infantile con manifestazioni di violenza subita, fisica o psichica, e conseguenze purtroppo durevoli e proiettate alle età successive, soprattutto in mancanza di un adeguata comprensione o di una capacità di contenimento.

Alla luce di queste riflessioni sembra chiaro che l’orientamento famiglia come scelta istituzionale permetta al piccolo bambino di osservare il mondo attorno a sé non in bianco e nero come potrebbe essere da parte sua la percezione della comunità, ma a colori, grazie a un luogo stabile con una presenza materna fissa utile per lui a crescere, apprendere, relazionarsi psicoaffettivamene.

Dopo numerosi anni trascorsi come pediatra di comunità, il mio convincimento della scelta famiglia si fa sempre più radicato: è la sede per offrire una giusta base per una crescita somatopsichica adeguata capace di stimolare ogni potenzialità; la presenza eventuale di altri bimbi nella famiglia affidataria può rappresentare un valore aggiunto utile a tutte le componenti.

Apertura, accoglienza, solidarietà sono gli ingredienti di un ambiente familiare caldo che sappia offrire tenerezza, affetto, ma anche regole, ovvero quel senso di sicurezza di cui ogni essere umano ha bisogno per stare bene.

Importanti sono però le adeguate informazioni alle famiglie che si avvicinano all’istituto dell’affido, ma ancor di più i corsi di formazione, di verifica periodica del proprio operato, e soprattutto di sostegno nei momenti di difficoltà, di dubbio, di crisi: quindi pregevoli sono i corsi come gli attuali utili a far luce e a dare parola a chi ancora non sa chiedere aiuto – il bambino – ma anche a permettere di manifestare la propria capacità solidale e altruistica – la famiglia -.

Il sostegno alla base di una scelta così importante e coinvolgente trasmette la certezza che nel momento della successiva separazione, la sofferenza provata per l’attaccamento affettivo creatosi e poi interrottosi, sarà compensata da un ricordo positivo per un legame capace di dare i giusti frutti: la famiglia saprà mantenere con equilibrio il rapporto, il bambino avrà un ricordo non in bianco e nero ma ricco di colori e di sfumature del periodo trascorso in affido, utile base per riprendere il suo percorso di vita”.

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