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Cultura

IL RITORNO ALLO STUPORE

LUIGI GIAVINI - 24/12/2011

 

Un ritorno allo stupore, alla capacità di meravigliarsi per segni che all’improvviso appaiono lungo il nostro cammino, segni che fanno riaffiorare memorie perdute di esistenze di comunione e di condivisione. Una mano tesa, occhi smarriti, volti che chiedono speranza, il desiderio di un Natale diverso da donare agli altri riscoprendo il vero significato di quell’evento mirabile. È emblematico che il periodo natalizio si riveli come il più determinante per ottenebrare, offuscare, annullare questa capacità di stupirsi. Troppe luci, troppi suoni, montagne di parole, di doni, celebrazioni di riti augurali che svaniscono in un attimo.

Basterebbe ritrovare l’umiltà dei personaggi che mettevamo nel presepe, pieni di stupore per quella nascita misteriosa. Gelindo con il suo fido Maffeo che porta in spalla l’agnello, la “santa zia” che porta i pannolini al Bambino, ma soprattutto quel pastore e quella donna che rimangono là con le braccia alzate, pieni di stupore per essere stati chiamati a vivere quello straordinario momento. Nella tradizione di casa mia il pastore è anche lui un Gelindo, ma è un dettaglio.

Vorrei invece soffermarmi sulla tradizione popolare provenzale in cui li troviamo con nomi affascinanti: il Ravi e la Ravido (la femme ravie), cioè rapiti, rapiti dallo stupore. Soprattutto lei ha trovato posto nella letteratura dell’Histoire sainte, come sainte Ravie, santa Rapita, che non parla, ma parlano le sue mani alzate verso la grotta, la stella, il cielo. A lei Madeleine Delbrêl nel Natale 1961 dedicò una poesia da meditazione, Prière à la Ravie:

Sainte Ravie, qui sus trouver toute ravie le Saint Enfant, fais-nous reconnaître Dieu, là où se trouve la vie d’un homme.

“Santa Rapita, / che sapesti trovare tutta rapita il santo Fanciullo, / fa’ che riconosciamo Dio, / là dove si trova la vita d’un uomo”. Più oltre la preghiera diventa esame di coscienza e richiesta di aiuto per la nostra epoca di non-accoglienza, con versi stupendi:

Sainte Ravie, qui fus ravie de voir Dieu venir au monde chez des gens arrivés d’ailleurs, la même nuit, apprends-nous que pour voir Dieu venir au monde il nous faut voir les nouveaux prochains venir vers nous, devenir proches.

“Santa Rapita, / che fosti rapita nel vedere Dio venire al mondo / presso persone arrivate d’altrove quella stessa notte, / insegnaci che per veder Dio venire al mondo / ci occorre vedere altri prossimi / venire verso noi, diventare prossimi”.

Nel presepe della mia infanzia c’era anche la statuetta che raffigurava il “dormiente”. A dire la verità, l’espressione dialettale era più colorita e aveva a che fare con il sonno del bevitore accanito. Appoggiato su un fianco, nell’angolo estremo del presepe, dormiva mentre cielo e terra gioivano per la nascita di Gesù. La natura partecipava tutta, sospesa in un silenzio di splendore. Lui, no.

Sainte Ravie!, ti prego, destaci dal sonno che ci impedisce di vedere, di aprire le porte a Gesù che nasce. Sainte Ravie!, aiutaci ad aprire gli occhi sulla bellezza del creato che stiamo distruggendo. Aiutaci a trovare l’umiltà per metterci in discussione, per abbandonare le nostre certezze effimere. Aiutaci a intraprendere con coraggio il cammino tracciato per noi. Così si concludeva la preghiera della Delbrêl:

Obtiens-nous de lever les bras comme toi, pour acclamer comme toi Dieu qui fit le monde et qui vient au monde.

“Ottienici di alzare le braccia come te, / per acclamare, come te, Dio che fece il mondo / e che viene al mondo”.

(Tratto per gentile concessione dell’editore e dell’autore, dal libro “Ravie – Lo stupore dal presepe alla croce”, Nomos Edizioni, Busto Arsizio)

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