Widgetized Section

Go to Admin » Appearance » Widgets » and move Gabfire Widget: Social into that MastheadOverlay zone

Cultura

IL VERO PIACERE DI EPICURO

LIVIO GHIRINGHELLI - 14/11/2014

Epicuro nell’affresco “La scuola di Atene” di Raffaello

Epicuro nell’affresco “La scuola di Atene” di Raffaello

Nella tradizione popolare, ma anche in quella colta, nella storia, si è soliti definire epicureo chi tiene un atteggiamento, un costume, di tipo licenzioso, dedito ai piaceri, da gaudente senza freni. Già ai tempi di Epicuro (341-270 a.C.) si diffondevano voci diffamatorie di tal tenore, come quella dello stoico Diotimo, a detta di Diogene Laerzio, verso un maestro che in un momento di grave crisi (caduta delle poleis, perdita della libertà e delle autonomie politiche, con la conseguenza di spaesamento, angoscia e depressione dei cittadini fattisi sudditi) invitava a vivere lontano dalla politica, prendendo coscienza d’essere individui, trovando la salvezza da sé medesimi, confinandosi in un edonismo raffinato, aristocratico, unico legame, non coatto, l’amicizia. La filosofia diventava terapeutica nei confronti del dolore e degli scacchi esistenziali.

Scopo primario la liberazione da quattro paure (onde il termine tetrafarmaco): della vita dopo la morte e del giudizio degli dei; della morte in sé: della mancanza di piacere e del dolore fisico. Il piacere perseguito (statico, catastematico, non dinamico) consisteva nell’eliminazione del dolore, nell’equilibrio interiore, in uno stile di vita frugale, a soddisfazione dei piaceri necessari, quelli naturali, con limitazione dei desideri. Atarassia e aponia gli indici distintivi: imperturbabilità e serenità interiore da assenza di dolore (l’acutezza è inversamente proporzionale alla durata, se si intensifica la morte si avvicina). “Quando dunque diciamo che il bene è il piacere, non intendiamo il semplice piacere dei goderecci, come credono coloro che ignorano il nostro pensiero, o lo avversano, o lo interpretano male,, ma quanto aiuta i l corpo a non soffrire e l’animo a essere sereno” (Lettera a Meneceo ).

Nella stessa lettera ci sono questi principi: la morte non è nulla per noi, perché ogni bene e ogni male risiedono nella facoltà di sentire, di cui la morte è appunto privazione (viene cancellato il desiderio dell’immortalità. Ciò che non fa soffrire al suo sopraggiungere è vano che ci addolori nell’attesa. Mentre Socrate accoglieva la morte nella speranza, Epicuro la liberava dai rimpianti. Per Epicuro degli dei si ha una conoscenza evidente, diffusa universalmente, oggettiva (non si può imputargli l’accusa di ateismo), ma essi vivono incorruttibili e beati negli intermundia, non agiscono, non si occupano di alcuna opera, godono di sapienza e di virtù, non provano ira né benevolenza (è negato ogni principio di provvidenza). Quella che va estirpata è la religio, il timore dovuto alla superstizione, mentre va esaltata la pietas (devozione rasserenante nei loro confronti).

Per quanto concerne la struttura del mondo, chiuso a ogni istanza metafisica, Epicuro si rifà all’atomismo di Leucippo e Democrito di natura materialistica e deterministica. Nessuna genesi o distruzione del mondo. I principi ridotti all’essenziale consistono nei corpi e nel vuoto (vedi la Lettera a Erodoto). I corpi sono solo di due tipi: indivisibili (atomos) e composti. I primi non hanno qualità, ma solo forma, peso e grandezza, quantitativamente differenti e infiniti (di numero, non di tipo); sono per loro natura in movimento, senza avere alcun motore. La loro caduta è dall’alto verso il basso, ma interverrebbe una deviazione (parenklisis, clinamen per Lucrezio) a creare urti inevitabili e una reazione a catena in modo imprevedibile e casuale (questo a garantirci la libertà, a differenza del determinismo di Democrito). La Lettera a Pitocle chiarisce che i fenomeni celesti ammettono più spiegazioni causali della loro origine e più determinazioni possibili quanto all’essenza. I fenomeni non sono comunque prodotti da nature intelligenti. Interessante è lo spunto della suddivisione degli atomi in elementi più piccoli (le particelle subnucleari odierne).

La psicologia epicurea è pienamente materialista, corporea. L’anima è un corpo sottile, sparso per tutto il composto, assai simile ad un soffio e avente in sé una certa misura di calore (Lettera ad Erodoto) e per quella parte “con cui l’anima giudica, ricorda, ama, odia, in genere la parte del pensiero e della ragione, ha una sede propria nel torace”. L’anima è comunque peritura, non destinata a sopravvivere. Lucrezio terrà distinti l’animus-intelligenza dall’anima-sensazione.

Il criterio di verità assoluto sta nella sensazione, mentre nell’opinione si verifica la possibilità dell’errore. Con la teoria degli eidola, simulacri, di sottigliezza e quindi velocità insuperabile, che si separano per flussi dall’oggetto e vanno a imprimersi sui nostri sensi e poi risultano come rappresentazioni della mente, Epicuro risolve il problema della conoscenza. Deformandosi o scomponendosi provocano sogni, allucinazioni, fantasie. Le prolessi, anticipazioni di esperienze future, non sono solo rappresentazioni dotate di un’evidenza intrinseca, come la sensazione e l’affezione, ma sono pure nello stesso tempo atti mentali. I nomi, semplice reazione fisica agli impulsi naturali, hanno poi subito un processo di omogeneizzazione, dando origine a una lingua.

Nato a Samo, da famiglia di condizione molto modesta, Epicuro fu discepolo, a quanto narra Apollodoro, di Nausifane, allievo dello scettico Pirrone d’Elide e di Prassifane, seguace di Teofrasto, ma dichiarò orgogliosamente d’essere stato il maestro di se stesso.

Ad Atene conosce Menandro, compagno di Efebia. Attorno ai trentadue anni fonda due scuole: a Mitilene (Lesbo) e poi a Lampsaco nell’Ellesponto. Nel 306 ad Atene compra un’abitazione per farvi il Giardino, diretto sino alla morte: più che una scuola, una compagnia di amici, tenuta insieme dalla vita in comune, dagli studi e dalla stessa fede, soprattutto dalla venerazione per il maestro. Caratteristiche: la generosità e l’ospitalità, l’apertura a tutti. Cicerone gli riconobbe uno stile di vita integerrimo, così Seneca e Lucano, anche se a lui avversi per convinzioni. Massima d’Epicuro: In mezzo ai mali limitati della vita la sicurezza più grande è quella dell’amicizia. Gli premorirono negli ultimi anni i fratelli, i diletti discepoli Metrodoro e Polieno, lo sfinirono gli atroci dolori provocati dai calcoli renali. Nel suo testamento la liberazione dei quattro schiavi, le disposizioni perla continuità della sua scuola, la gratitudine per i defunti e le note di fiducia nelle future generazioni.

Nel suo Giardino (képos) Epicuro aprì un luogo di cura aperto a tutti, offrendo un pronto soccorso per la psiche. Praticava e insegnava l’astensione da cibi e bevande raffinati, dalla ricerca di fama, potere, ricchezza, predicava come virtù necessaria l’autarchia, l’autosufficienza, che nulla è così nobile come il non aver bisogno di nulla, che non essendoci alcuna società fra gli uomini, perché ciascuno pensa solo a se stesso, meglio è vivere nascosti, rifugiandosi nella philia, conseguenza diretta della saggezza, considerando la giustizia non come dato assoluto, bensì convenzionalmente come un accordo stretto a seconda dei luoghi, basato sul non arrecare né subire danni.

È sempre tempo che gli si renda giustizia, anche se il Cristianesimo dai dettati infinitamente più alti, nelle sue umane istituzioni gli dedicò sin dai tempi di Giustino Martire segni di riprovazione marcata e inesorabile: edonista licenzioso e immorale, personificazione del diavolo tentatore, incolto, consigliere degli gnostici, meritevole come eretico di un posto all’Inferno (Dante, canto X,vv.13-15): “Suo cimitero da questa parte hanno – con Epicuro tutt’i suoi seguaci – che l’anima col corpo morta fanno”.

Facebooktwittergoogle_plusredditpinterestlinkedinmail

You must be logged in to post a comment Login