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Apologie Paradossali

CIELLE, DOMANDE E RISPOSTE

COSTANTE PORTATADINO - 28/11/2014

Caritativa di GS a San Fermo nel 1964 (foto N. Cassani)

Caritativa di GS a San Fermo nel 1964 (foto N. Cassani)

Caro direttore, la lettura del tuo editoriale sulla “Provincia di Varese” del 21/11, dedicato alla presentazione pubblica del video “La strada bella” in occasione dei sessant’anni di storia di Comunione e Liberazione, m’invita, quasi mi obbliga, a dialogare con te, realissimo testimone di tanti anni di vita varesina, piuttosto che con i fantasmatici Conformi e Desti. Per cominciare dirò che nelle tue conclusioni hai colto bene che l’impronta data alla città da quasi sessant’anni di storia “ciellina” sta soprattutto nel campo ecclesiale e nella dimensione della carità, grazie all’apertura e al dinamismo dei prevosti Manfredini e Alberti e alla guida diretta, appassionata e geniale di don Baroncini.

Chiamando in causa me, per la presenza politica e sociale, mi fai, invece, troppo onore e mi metti sulle spalle un onere troppo pesante.

Troppo onore, perché non mi sono mai considerato una punta di diamante, anzi, non avevo forse nemmeno le qualità giuste per quel mondo e in quel momento. Ho supplito con l’impegno e con l’adesione fedele ad una determinata forma storica della presenza dei cattolici nella politica. Infatti, passato quel particolare momento, non mi ci sono più ritrovato. Troppo onere, perché la significativa presenza di quella comunità di giovani e giovanissimi nacque dall’adesione, spontanea, entusiastica e insieme meditata, di ogni singola persona alla proposta di metodo, prima ancora che di contenuti, originata dalla genialità di don Giussani. Vorrei cercare di spiegare come la natura e il senso di quell’impronta ne derivino immediatamente.

Nel video, caro Max, avrai certamente notato il rilievo dato ai giudizi di personalità non cristiane. A me è parsa particolarmente significativa la testimonianza dell’intellettuale ebreo Weiler, che si può così riassumere: “L’intuizione più geniale di don Giussani è che la domanda è più importante della risposta”.

Tale è stata la mia esperienza giovanile, dal liceo all’ università, ai primi anni d’insegnamento. Cercavamo anche le risposte, ma ben presto ci siamo accorti attraversando il ’68, che le risposte preconfezionate offerte dalle ideologie, oltre che insufficienti, erano fuorvianti, tanto quanto il modello borghese di vita e di relazioni che da decenni dominava la città.

Questo è l’impatto che GS prima e poi CL hanno potuto imprimere alla città: la domanda di significato come insuperabile dimensione della persona e regola ultima dell’agire, prima nell’ambito educativo ecclesiale, in seguito anche in quello politico e sociale.

Questo atteggiamento consentì di superare la fase di duri scontri degli anni della contestazione giovanile, conservando tuttavia stima e rispetto reciproco con chi dava soluzioni diverse, con l’eccezione del ricorso alla violenza.

Per questo motivo la nostra generazione ha potuto, giovanissima, riconnettersi idealmente a quella della Resistenza e della ricostruzione postbellica e trasmettere a quella successiva uno spirito di unità e di solidarietà; più importante delle poche soluzioni e dei molti errori che sempre accompagnano ogni tentativo.

Non posso negare, tuttavia, che questo lascito sia poi stato messo in discussione, se non respinto, da una parte numericamente importante della città.

Fu sostituito da una risposta meno ideologica di quella degli anni settanta, ma altrettanto illusoria: la domanda sul valore della persona fu sopraffatta dalla difesa degli interessi contingenti, l’unica risposta condivisa divenne quella moralistica del rifiuto della politica in nome di una giustizia astratta o di una concretezza materiale. Ed ora non abbiamo più cultura, non abbiamo più condivisione, non abbiamo più giustizia o moralità di prima, ma nemmeno più marciapiedi asfaltati, più sicurezza o più lavoro.

Da dove ricominciare, come superstiti lupi di mare?

Dall’educazione e dalla cultura, in particolare dal loro nesso con l’informazione, essendo innegabile, accanto al riconoscimento delle potenzialità dell’informazione autogestita dai social network, il rischio di una banalizzazione delle relazioni umane interpersonali, fino al soffocamento della domanda nell’inutile chiacchiera, un vero offuscamento del linguaggio significante.

Vedi, caro Max, qual è il filo conduttore sotteso nel video al racconto di esperienze diversissime: da New York all’Uganda, al Brasile, sia dove manca tutto sia dove in apparenza c’è di tutto e di più, il punto da cui la persona riparte è una coscienza di sé come portatore di una esigenza di compimento, cioè come domanda. La studentessa di Staten Island e la spaccapietre sieropositiva di Kampala, che finalmente accetta di farsi curare (e tutte le altre persone sulla faccia della terra, di tutte le religioni e culture), hanno in comune questo desiderio di compimento e quindi di cambiamento.

Se ne può fare esperienza, anche a Varese, magari proprio oggi sabato 29 novembre, giorno di uscita di RMFonline, in occasione della colletta del Banco Alimentare, quando in tutti i supermercati chiederemo a chicchessia il dono di un po’ di cibo per i bisognosi, ma con questo inviteremo anche a guardare dentro di sé, al proprio bisogno di dare senso alla vita.

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