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Attualità

UN PICCOLO GRANDE UOMO

CESARE CHIERICATI - 16/01/2015

pianezziUn pezzo destinato a una ristretta, immagino, cerchia di persone appassionate di ciclismo, di quel ciclismo ormai quasi del tutto sfumato nel mito e nella leggenda, quello del primo dopoguerra e degli anni ’50 popolato di campioni straordinari, carico di significati extrasportivi perché indissolubilmente legato ai residui nazionalismi d’anteguerra (Francia / Italia) ma anche allo spirito nuovo di un’Europa che doveva andare oltre i suoi storici limiti e avviarsi verso un orizzonte di pace e di convivenza più o meno solidale.

Di quel ciclismo è venuto a mancare nei giorni scorsi un piccolo grande uomo a nome Remo Pianezzi, ticinese di Rivera Bironico, una località appena più a nord di Lugano, un atleta che ha speso la sua carriera al servizio di un fuoriclasse svizzero, definito da un giornalista francese “pedaleur de charme” per la sua innata eleganza,Ugo Koblet, vincitore del Giro d’Italia (1950), del Tour de France (1951) e di tante altre competizioni. Un predestinato dalla sorte che per tre, quattro stagioni fu all’altezza di Fausto Coppi con il quale diede vita a memorabili duelli.

Due fuoriclasse accomunati da uno stesso maligno destino, la morte giovane a soli quarant’anni: Coppi (1960) per un attacco di malaria colpevolmente non riconosciuto dai medici; Koblet (1964) in un drammatico incidente d’auto su cui è sempre gravata l’ombra cupa di un possibile suicidio. Del grande campione zurighese Remo Pianezzi fu lo scudiero, il confidente, il gregario, come Ettore Milano lo fu di Coppi, Emilio Croci Torti di Ferdy Kùbler, Giovannino Corrieri di Gino Bartali.

Sodalizi inossidabili nelle professione, amicizie senza riserve nella vita perché dietro un campione delle due ruote c’è (quasi) sempre un gregario di alto profilo umano prima che tecnico e atletico. E questa era la caratteristica di Pianezzi, classe 1927, venuto al mondo, ciclisticamente parlando, proprio ai mondiali di Varese sabato 1° settembre 1951, nella prova dei dilettanti dove, al termine di una gara generosissima, fu 4° dietro agli italiani Gianni Ghidini, Rino Benedetti e all’olandese Jan Plantz. Quasi un presagio del trionfo di Kùbler il giorno seguente. L’anno successivo passò professionista e dopo il debutto nella Tebag del connazionale neo iridato il sodalizio con Koblet.

Del “falco biondo,” così lo aveva battezzato Gianni Brera per le sue doti di discesista spericolato e pittorico nel disegno delle traiettorie, oltre alle prodigiose qualità atletiche, lo avevano stregato la signorilità del gesto, la genialità in corsa, la generosità con la squadra. Lui Remo ricambiava con una dedizione assoluta, garantiva sempre adeguati rifornimenti di acqua fresca di cui il biondo Koblet aveva spesso assoluta necessità mal sopportando quella surriscaldata della borraccia. In corsa era un grande di fontane zampillanti ammirato da Coppi che in più di un’occasione lo aveva indicato come esempio ai suoi, peraltro bravissimi.

Si chiuse nel 1957 la sua carriera con quattro vittorie all’attivo, alcuni piazzamenti e tanta inquietudine per il progressivo e amaro avvitarsi della vita del suo capitano, fino al drammatico epilogo lungo la strada Esslingen – Monchaltdorfnel nel Canton Zurigo. Nel suo ristorante “Alla Ganna” in Valle di Blenio, dove esercitava il nuovo mestiere con professionalità pari a quella spesa nelle corse, custodiva in una polverosa valigia i ricordi della sua prima vita da ciclista, epica e indimenticabile. Insieme a tanti ritagli di giornali ingialliti emergevano le maglie rosa e gialle di Koblet preservate dalla naftalina. Guardava ai suoi trascorsi in sella con sobria tenerezza spruzzata di ironia, diceva:” alla mia prima corsa da professionista a Zurigo, il palmer della ruota davanti si afflosciò dopo pochi metri dal via obbligandomi a una sfiancante rincorsa del gruppo, era scritto che dovessi sempre faticare…”.

Sorrideva il buon Remo indicandomi la sua bici da competizione appesa a una parete affacciata sul campo da bocce del ristorante frequentatissimo da ex ciclisti e amatori domenicali.

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