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Opinioni

“SONO UNA PERSONA”

EDOARDO ZIN - 23/01/2015

parigiA distanza di giorni dai fatti di Parigi, ora che il turbamento si è placato, le sensazioni e le emozioni spente, occorre riflettere.

I francesi sono scesi in piazza. Ha marciato la Francia credente e la Francia agnostica, atea. La Francia devota e la Francia laica. La Francia cristiana e la Francia ebraica con la Francia musulmana. La Francia borghese e la Francia proletaria. La Francia sciovinista e la Francia internazionalista. La Francia conservatrice e la Francia progressista. E con la Francia hanno marciato i leader dei popoli che, rispondendo alla sfida del terrorismo, hanno riaffermato il loro diritto-dovere di difendere la libertà.

Hanno marciato da Place de la République dove si innalza il monumento a Marianne, simbolo della Repubblica che porta in testa il berretto frigio, segno di libertà, ma che tiene pure nella mano destra un ramo d’ulivo, segno di pace fino a Place Nation dove il monumento che rappresenta il trionfo della Repubblica guarda in direzione della Bastiglia, da dove partì la rivoluzione francese. Hanno percorso Boulevard Voltaire (“Non condivido le tue idee, ma mi batterò fino alla morte per difenderle”). L’altra riva della Senna ricordava ai manifestanti i giovani che nel ’68 erano scesi in piazza per diventare protagonisti della loro decisione sociale, dopo aver preso coscienza della loro solitudine che li rendeva renitenti a ogni appoggio generazionale.

Hanno sfilato in silenzio. Qualcuno innalzava un cartello, una matita, un simbolo. Non hanno issato né bandiere, né fotografie di uomini vivi. La Francia si è sentita unita, si è dimostrata popolo anche in un momento in cui la passione politica si è intiepidita. Si è impossessata della passione civile, in nome della difesa della libertà, che è a fondamento della cultura europea ed occidentale.

Da Maratona alla Resistenza la libertà è stata sempre una conquista per poter criticare, domandare, dissentire per sé e per tutti gli uomini, condizione di vita per dire no a ogni dispotismo. Talvolta conseguito con la morte, questo valore prezioso ha superato le dispute filosofiche ellenistiche, i giuridicismi latini, l’interiorizzazione cristiana e si è storicizzata dopo la rivoluzione francese. La libertà è invocata da tutta la coscienza occidentale.

Scontenta nondimeno che accanto alla libertà non sia diffuso il senso del limite nella nostra cultura. Se l’uomo si riconosce misura di se stesso (Protagora) deve riconoscersi anche misura della realtà, che ha dei confini oltre i quali non può andare. L’ha spiegato molto bene, con la sua abile pedagogia, Papa Francesco. La mia libertà cessa quando oltraggia la tua dignità, i tuoi affetti più cari, i tuoi sentimenti, la tua fede. Anche l’ironia – quando rasenta la blasfemia – è violenza, prevaricazione, supponenza e non vale la scusante che si è fatto per scherzo e che l’esagerazione è evidente: più l’attacco è irriverente, meglio riesce a smontare la dignità della persona. Anche i sentimenti più nobili hanno dei limiti se non si possiede una forte carica interiore conquistata con vivo travaglio, con profonda competenza, con sapienza acquisita con gli anni.

Se avessi sfilato a Parigi, magari accanto alle tre piccole sorelle di Charles de Foucauld che, capo leggermente velato, procedevano tenendo tra le mani, invisibile ai molti, la corona del rosario, avrei innalzato un cartello con scritto: “Sono una persona” (in italiano, e non in francese, per timore di essere qualificato un “nessuno”!). Charlie, infatti, è riduttivo; persona è universale. Charlie è l’individuo singolo, la persona è sempre in relazione con gli altri.

Infatti, accanto alla libertà e al senso del limite, la cultura europea, affonda le sue origini nel senso della persona che adempie la sua funzione in un quadro di relazioni – talvolta difficili e dolorose – con gli altri.

La persona è chiamata a portare a compimento la solidarietà sulle strade del mondo e nella storia. Chi è isolato nella propria autosufficienza è incapace di dialogare, ha paura del diverso perché sospetta di perdere la sua fragile identità e, di conseguenza, si chiude nei suoi piccoli e quieti orizzonti. E diventa così intollerante.

E con la relazionalità, la persona si distingue per la sua razionalità. “Penso, quindi sono” affermava Cartesio. Gli faceva eco il suo contemporaneo Pascal: “Il pensiero fa la grandezza dell’uomo”.

La ragione è la grande amnesia del nostro tempo e del nostro continente. Tutto sembra sia costruito per scordare il pensiero come frutto di riflessione e di critica: i cattivi maestri insegnano tante cose di cui hanno solo una vaga infarinatura; le nuove tecnologie informano, ma non formano una testa ben fatta; è difficile trovare il libraio che ti indichi la pubblicazione non conformista e non intruppata; nelle trasmissioni televisive si sproloquia su tante cose con una punta di saccenteria e di orgogliosa autosufficienza; perfino nelle omelie domenicali si annidano spesse grettezze e chiusure mentali.

Il popolo che marciava a Parigi procedeva secondo questo itinerario culturale? Sapeva che tutto il mondo era lì in casa? Che come profilassi contro il terrorismo non bastava l’emozione momentanea, ma occorreva camminare con la storia avvertita come possibilità di progresso e non di rassegnazione? Che la nostra società è pluralista ed è se stessa nella diversità? Avrà pensato che di fronte alla minaccia del terrorismo abbiamo due opzioni: o combatterlo con le stesse sue armi o dialogare con esso per cercare la verità. Nel primo caso il rischio sarebbe di combattere i moderati anche in casa nostra; nel secondo caso i temperanti potrebbero diventare nostri alleati. “La ragione fugge dagli estremi” – fa dire Molière ad un dei suoi personaggi. Nella guerra sono gli innocenti che muoiono. È facile vedere nell’avversario il male in assoluto quando c’è di mezzo magari interessi economici o la nostra irritazione per chi ci infastidisce.

Per realizzare un dialogo con chi ci è antipatico, occorre parlare con lui, come Gesù ha fatto con la Samaritana – straniera, donna e prostituta – attorno al pozzo di Sichem. L’ha ricordato il nostro arcivescovo domenica sera aprendo l’ottavario di preghiere per l’unità dei cristiani.

L’Europa stanca, depressa, autoreferenziale si armi dell’“eroismo della regione” come predicava Husserl, abbandonando la xenofobia pacchiana ed isterica e liberandosi dalla paura promuovendo l’incontro con l’altro.

Ci si riappropria della nostra identità religiosa non difendendo il crocifisso nei luoghi pubblici o il presepio nelle classi, ma ritornando all’essenza del cristianesimo, abbandonando religiosità tradizionale e pie abitudini.

Non si possono esorcizzare i radicalismi, recuperare e riabilitare vite distrutte dalla violenza, riscattare l’innocenza dei bambini con fanatiche crociate. La fede che impazzisce diventa pericolosa.

Questo è il tempo dell’eroismo della ragione, della volontà, della fraternità, della speranza dinamica, che è il contrario della rassegnazione. Il tesoro delle lacrime versate nelle tragedie di due guerre mondiali, scriveva Maritain, contiene anche “il rischio terribile dello scetticismo e sarebbe il becchino dell’Europa”.

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