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Stili di Vita

IL TRADIMENTO DELLA MODERNITÀ

VALERIO CRUGNOLA - 27/02/2015

Desiderio III

«Ovunque è passione, lì deve subentrare la ragione». Questo celebre motto di Spinoza sintetizza in modo emblematico l’ambizioso compito che, almeno nelle sue componenti principali, la filosofia classica, dalle remote origini greche all’età illuministica, attribuiva alla necessità di sottoporre al controllo del pensiero consapevole la potenza dei desideri. Vuoi come vera e propria autorità di controllo, vuoi come guida per l’agire morale, vuoi semplicemente come criterio di valutazione e di calcolo, la ragione avrebbe dovuto stringere in pugno le passioni e arginarne i pericoli. Il desiderio – incluso il desiderio del male altrui – era considerato l’epicentro dalle cui scosse telluriche entravano in movimento tutte le passioni. Il magistero esistenziale della filosofia era, a tal fine, fuori discussione. In una direzione analoga, benché più severa e meno concessiva (ma talvolta invece decisamente «lassista», come nelle accuse rivolte da Pascal nelle Lettere provinciali alla casuistica dei Gesuiti), si muoveva anche la religione cristiana, nelle sue due grandi scansioni europee, cattolica e protestante, sorte insieme, prima di contrapporsi, a partire dalla «devotio moderna».

Altri due esempi mostrano la continuità di questo compito nel pensiero del ‘900 e oltre. Un’espressione analoga si trova nell’enunciazione del fine ultimo della psicoanalisi in Freud: «Dove era l’es, deve subentrare l’Io». Fin dal titolo del suo ultimo libro, il principale filosofo delle neuroscienze, Damasio, esprime una variante neoevolutiva della medesima aspirazione: «Il sé viene alla mente». Benché il pensiero e la cultura siano l’esito del processo evolutivo degli apparati corporei incentrati sul cervello, e benché risulti scientificamente insostenibile la credenza millenaria nel dualismo tra corporeità e coscienza, sia l’uno che l’altra hanno retroagito e retroagiscono potenziando la forza della riflessività, che nasce e si sviluppa nel punto di congiunzione tra sfera percettiva e sinapsi cerebrali.

In una parola, la guida cosciente della vita individuale affidata alla ragione è stata il grande sogno della modernità, incentrato sul «farsi soggetto» dei singolo mediante un comune strumento, l’uso appunto della ragione, che avrebbe dovuto garantire la tendenzialmente piena adeguazione tra princìpi universali e concretezza delle motivazioni e delle circostanze dell’agire. Gli imperativi categorici di Kant, applicati alla problematicità dello statuto antropologico dell’uomo, da lui definito un «legno storto», costituirono il punto più alto e speculativo di questa ambizione del moderno.

Il percorso dell’individuazione è stato immaginato, nella modernità, come affermazione dell’autonomia della ragione, o quanto meno del suo «buon uso». Molto meno battuto è stato l’altro possibile e inverso percorso, la legittimazione del desiderio come espressione della singolarità. Anche i pochi che hanno intrapreso questo sentiero – come ad esempio Leibniz quando descrive l’individualità come una singolarità irriducibile e insuperabile, come un mondo senza porte né finestre dominato da «appetizioni» inconsce – si sono orientati pur sempre a cercare un ponte che consentisse alla ragione universale di mediare (e governare) la relazione tra l’individuo particolare e gli esseri umani nella loro generalità. Nei fondali di questo sforzo intravediamo l’idea radicata che il desiderio risulti comunque destabilizzante per la convivenza umana, che contenga una forza destrutturante, un potere di perturbazione tanto incoercibile da oscurare la ragione e da privare le sue «vittime» di una bussola morale.

Sospinta dalla rivoluzione industriale, solo la crisi della società tradizionale e delle tradizioni culturali che la innervavano, avrebbe per altre vie rivalutato il desiderio proprio come collante sociale, sia pur involontario, o lo avrebbe sciolto, svincolato dalla morale. Già nei primi decenni del XVIII secolo un pensatore olandese vissuto in Inghilterra, Mandeville, teorizzò il ruolo dei vizi privati nel generare pubbliche virtù. Le case di tolleranza, ad esempio, bollate come luoghi di perdizione per prostitute e clienti, facevano circolare il danaro e con ciò contribuivano a ridistribuire le ricchezze dall’alto verso il basso più di quanto potesse fare qualunque sforzo di giustizia o di moralizzazione dei costumi. Analogo giudizio andava dato per il lusso: scandaloso per molti, ma benefico per tutti. Era dunque più ragionevole un atteggiamento liberale verso i desideri, perché più utili e costruttivi per la vita sociale della fallimentare ricerca di una perfezione morale. Con il tempo ne uscì una diversa rappresentazione della modernità: il desiderio avrebbe ridotto i bisogni, anziché accentuarli.

Tra le due promesse della modernità a prevalere filosoficamente restò ancora a lungo la prima, ma fattualmente fu presa in considerazione, e perseguita, la seconda. I processi reali dell’industrializzazione si rivelarono più forti, e i motivi sono così ovvi che non vale la pena spiegarli. Entrambe le promesse sono però rimaste inadempiute. Il trionfo del «Soggetto», teorizzato da Hegel, da Marx, dal neoidealismo italiano e da Gramsci, non si è attuato. In suo luogo, assistiamo al tramonto dell’individualità nel mentre trionfano la conformazione e l’omologazione di massa, e si impone ovunque un individualismo acquisitivo che ripone nel feticismo delle merci la propria unica, triste speranza di distinzione. Ma anche la promessa di un benessere felicitante a partire dallo sviluppo economico sembra essere ormai un motore irrimediabilmente fuso. I bisogni primari sono stati assolti, altri (spesso, ma non sempre, superflui) se ne sono aggiunti, la recessione ci ha impoveriti ma non portati in miseria se non per le fasce più deboli di un sistema sociale sempre più diseguale ed iniquo, eppure l’infelicità sembra dominare la scena, e i desideri profondi, affermativi e costruttivi, restano non solo insoddisfatti, ma si sono addirittura allontanati dalla vista e dalla percezione collettiva, quasi che, dopo la loro liberatoria emersione, siano finiti sommersi sotto i fondali degli abissi oceanici. Se l’appagamento del desiderio poco ha a che fare con l’assolvimento del bisogno e molto con il conseguimento di una stabile felicità, o quanto meno di una pacificata serenità, allora proprio – come si usa dire – «non ci siamo».

Come vedremo nel prossimo articolo, siamo sottoposti a una sorta di tirannide di quella che è stata chiamata la «economia politica del desiderio». Ci è stato venduto per buono e liberatorio un campo di desideri che valgono da banali simboli esteriori, mentre la sfera simbolica interiore e intima è stata a dir poco prosciugata. Ci siamo trovati asserviti agli apparati e ai dispositivi tecnico-strumentali del desiderio e privati dell’autenticità dei moventi profondi del nostro agire e del nostro sperare: un processo insieme di colonizzazione e di svuotamento.

È molto dubbio che le promesse della modernità possano venire riprese e riproposte nell’attuale contesto globale. Ma varrebbe la pena tentare, se non altro perché siamo messi alle strette, in un vicolo cieco. Prendendo in mano le nostre sorti attraverso un mutamento consapevole degli stili di vita, dovremmo provare a tornare soggetti non solo per condurci più razionalmente in un bivio difficile e denso di pericoli (a partire dalla sopravvivenza stessa del pianeta), ma altresì per imparare a desiderare. Se così fosse, desiderio e ragione non sarebbero poi così incompatibili come comunemente si crede. E una via forse c’è. Ce l’ha additata – paradossalmente – uno psicoanalista complicato ed oscuro, Lacan: il «desiderio dell’altro».

 (3-continua)

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