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Cultura

EDUCAZIONE CIVICA, QUANTO CI MANCHI

ARTURO BORTOLUZZI - 13/11/2015

cairoliUno degli argomenti tra i più trattati dagli organi di informazione verso i genitori italiani è di mandare i propri figli (ora che si sta superando il momento di forte crisi economica) non tanto ai Licei, quanto alle scuole tecniche che hanno perso sempre frequentanti in questi anni. Da buon “Cairolino” voglio difendere il Liceo Classico proponendo tematiche che è giusto vengano rinnovate e rinverdite. Parlando ad un pranzo con il parentado di mia moglie, una cognata (anche lei ex Cairolina) mi ha detto: “Ma lo sai che un compagno di mia figlia, altra Cairolina, ha conseguito la laurea a Londra in Fisica a pieni voti, dimostrando di possedere un’intelligenza assolutamente spiccata?”. Ebbene non ne sono rimasto stupito, ma l’ho considerata un evento assolutamente normale e plausibile.

Ritengo che uno studente modello (che certamente non sono stato) possa godere, con tutti gli insegnamenti impartiti, di strumenti in grado di elasticizzare il cervello rendendolo capace di ogni risultato. Al di là delle eccezioni, io penso che il Liceo Classico possa comunque e soprattutto forgiare persone in grado di essere attive nella società in cui vivono.

Rifacendomi all’idea avanzata mesi fa in più occasioni dal Sole 24ore in particolare da Roberto Balzani, ho scritto al Preside del Liceo Classico di Varese (appunto il Cairoli) proponendogli di ripristinare l’antica e gloriosa «educazione civica», collegandola a un insegnamento della filosofia di nuovo modello. In effetti, per superare il pregiudizio della superfluità di queste discipline rispetto a quelle curricolari considerate «portanti», nulla di meglio che sottrarle al girone infernale del frazionamento orario, dello “spezzatino” di materie, anticamera della marginalità. Il punto, viceversa, mi pare sia esattamente l’opposto: la definizione di un blocco di contenuti umanistici in grado di supportare e orientare la formazione civica e personale del giovane, sollecitandone la capacità critica e ostacolandone la deriva conformista e banalizzante, propria dei tempi di forte presentificazione.

Credo che la strada seguita fino a ora (la riproposizione diacronica di «storie», di «biografie» e di «sistemi di idee») non sia, ahimè, la più adeguata. La perdita sociale di capacità di lettura del passato, prossimo e remoto, insieme con la rimozione di pensiero prospettico, rende infatti arduo immaginare il recupero di profondità per via esclusivamente mnemonica e disciplinare. Se la presentificazione tende a schiacciare sull’esperienza immediata la costruzione identitaria, non è difficile ipotizzare lo sguardo fra l’ironico e il divertito di una generazione per la quale filosofia, storia ed educazione civica rischiano di apparire come oggetti esotici di vario interesse, proposti in una Wunderkammer affollata, dalla quale possono essere estrapolati frammentariamente secondo il bisogno immediato, per legittimare in forma retorica qualche discorso, qualche narrazione casuale. Ciò, naturalmente, non significa che la diacronia e la ricostruzione prospettica debbano essere espunte o riservate a stadi di formazione superiore: il tema è proprio quello di una rialfabetizzazione alla profondità temporale, in mancanza della quale qualsiasi ricostruzione di tipo tradizionale rischia di sembrare datata.

Per farlo, credo che la via indicata dal Sole 24ore possa essere quella giusta.
Si tratta, in pratica, di riprofilare il versante della domanda critica, quello che un tempo le discipline davano per scontato o anticipavano in parte nelle lezioni introduttive metodologiche, per provare a riaccendere il motore della curiosità. Su quella base, poi, sarà possibile innestare un percorso che pian piano riavvezzi alla percezione prospettica. Non si tratta,ovviamente di fondare un «esotismo intellettuale», di allestire una «camera delle meraviglie» di stampo estetico o archeologico. Il punto, se mai, è invece quello di definire un’attrezzatura del pensiero in grado di reggere l’impatto con la dimensione comunitaria, con la sfera delle relazioni interpersonali e con la riflessione su se stessi. In tale accezione, l’educazione civica perderebbe un po’ di nozionismo normativo, ma acquisterebbe molto in termini pratici, d’uso immediato. Come si sceglie un rappresentante? Cosa vuol dire rappresentare? Come faccio a giudicare correttamente una politica pubblica? Come faccio a sapere se chi ho eletto ha agito bene o male? Quali parametri di giudizio debbo darmi per comparare proposte che abbiano un impatto collettivo, dal Comune alla nazione? Come si può contribuire con idee proprie alla vita della Repubblica? Cosa vuol dire «pubblico», «privato», «comune»? Come si gioca la mia vita rispetto a questi tre cardini? E così via.

È chiaro il nesso che lega il «civismo» così inteso con la costruzione corretta della domanda, da un lato, e con l’universo delle relazioni, dall’altro. Entrambi questi aspetti sono decisivi e oggi rappresentano un punto sul quale i processi formativi debbono insistere con grande determinazione. Le domande indotte, non elaborate direttamente ma ricevute, sono l’antitesi di una politica teoricamente democratica. L’induzione della domanda è tuttavia costitutiva dell’impianto demagogico che sottende qualsiasi tentativo di costruzione del consenso: ma proprio perché tale propensione è elemento ineliminabile del gioco politico, a maggior ragione si dovrà tentare di inoculare nei cittadini «in costruzione» il vaccino dello spirito critico, non astrattamente, ma in forma immediata, dimostrando quali effetti possano avere risposte inadeguate a domande sbagliate o mal poste. È giusto dunque, come proposto sulle colonne del Sole 24ore, sottolineare la contiguità di tale impostazione alla sfera propriamente filosofica, di cui potrebbe costituire una componente empirica, applicata.
D’altro canto, altrettanto fondamentale appare la questione relazionale. Uno degli aspetti più drammatici della nostra vita collettiva è la progressiva giuridificazione dei rapporti sociali: la tendenza, cioè, a far confluire qualsiasi conflitto (dalle semplici opinioni al contatto con i professionisti, dall’approccio con l’amministrazione alla sfera familiare o amicale) entro i canali formalizzati dell’infrazione della norma scritta, onde scansare ricomposizioni bonarie fondate sull’autorevolezza e il buon senso degli attori.

Questa progressiva giuridificazione, oltre a dar vita a un mostruoso e inutile contenzioso, blocca di fatto i tradizionali canali informali della fiducia, della collaborazione e della solidarietà, limitandoli a gesti (esempio: le donazioni) tutto sommato deresponsabilizzanti. La responsabilità, viceversa, è necessaria come l’aria alle comunità: solo che, se i cittadini la schivano sistematicamente, preoccupati per le conseguenze impreviste di atti non universalmente condivisi (cioè quasi tutti), il legame sociale si scioglie, l’autoreferenzialità aumenta, e la «partecipazione» passa da una predisposizione gratuita a discutere con altri le cause dei fenomeni d’interesse comune a una pratica egoistica: quella del giudizio etico (mi piace/non mi piace), totalmente deresponsabilizzato e con segnato ai social network.

Anche da questo punto di vista, in realtà relativo all’intera società e non solo alla giovane generazione, un’educazione civica di nuova impostazione potrebbe giovare assai, contribuendo a istillare negli individui un deposito iniziale di fiducia, da coltivare pian piano nelle relazioni interpersonali. Ci si dovrebbe abituare di nuovo a generare legame sociale, mentre oggi siamo bravissimi a consumarlo con sorprendente rapidità.

Ecco, forse l’approccio generativo che meglio corrisponde all’intento di ricondurre il frazionamento disciplinare (di cui è stata vittima anche l’educazione civica) a una riconfigurazione dell’umanistica funzionale a un’epoca in cui il mero riepilogo (logico e cronologico) delle tappe passate, non garantisce più, di per sé, curiosità o nuove domande. Forse la lucida consapevolezza che si pretenderebbe nel consumare meno suolo possibile potrebbe trovare nella barriera eretta contro la spensierata dissipazione di un cospicuo capitale sociale e culturale, un’ulteriore opportunità applicativa, transitando dall’atteggiamento verso il territorio allo spazio intellettuale.

Ho quindi proposto al Preside di chiamare i candidati sindaco della città di Varese, perché portino il proprio programma al vaglio di più assemblee di istituto che possano poi vagliarlo e fare proposte.

Chiaramente mi sono messo a disposizione per ogni necessità abbiano il corpo studentesco, quello docente o i genitori.

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