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Cultura

IL MONDO STORTO DI CORONA

BARBARA MAJORINO - 19/02/2016

corona

Mauro Corona

Chi passa dalle parti di Erto e Casso, i due paesi al confine fra il Veneto e il Friuli, noterà che si tratta di una montagna povera, brulla, fatta di case-fantasma di pietra. Case rese ancora più spettrali dal fatto di essere in buona parte disabitate e dal fatto di essere raggruppate nei due villaggi della desolata valle del Vajont. Benché villaggi adiacenti, si piccano di parlare un dialetto diverso: a Erto si parla un ladino dolomitico, mentre a Casso, un alto veneto bellunese. Casso è ancora sotto la provincia di Belluno, Erto, sotto quella di Pordenone. Non ci sono più di un paio di bar e un punto ristoro.

Stupiscono gli atelier di intagliatori di legno. Forse perché c’è tanto tempo da impiegare e chi resta non sa come ingannarlo, ma un po’ tutti, da quelle parti, sono capaci di “intagliare” e di lavorare il legno. Sono questi i paesaggi di Mauro Corona, scrittore, scultore in legno e alpinista, e qui, tutto parla di lui e dei suoi romanzi. Corona è un personaggio originale con l’immancabile bandana in testa sopra la folta chioma grigia, e scrive romanzi distopici sulla fine dell’ “uomo tecnologico” che non è più in grado di cavarsela con le proprie mani.

Mi è capitato di leggere “La fine del mondo storto”, il libro per il quale vinse il premio Bancarella nel 2011. Nel 2014 vince il Premio Mario Rigoni Stern. Le sue opere sono state tradotte in molte lingue. Perfino in cinese e giapponese.

Ma Corona non ha trascurato l’altra sua grande passione, l’arrampicata. Nel 1977 comincia ad attrezzare le falesie di Erto e Casso, oggi meta molto frequentata dagli alpinisti di tutto il mondo, proprio grazie a lui. In pochi anni scala le Dolomiti del Friuli, per poi spingersi fino in Groenlandia e in California sulle pareti della Yosemite Valley. Oggi diverse vie di scalata portano la sua firma. La sua passione per la scrittura nasce dagli articoli e reportage sull’alpinismo che inviò al Gazzettino. Poi da lì, passò al romanzo. E ai romanzi.

Ma vengo al suo famoso “Mondo storto”. Un brutto giorno il mondo cosiddetto “civilizzato” si sveglia e scopre che è esaurito il petrolio e tutti i suoi derivati, l’energia elettrica, e tutto quanto serve per riscaldarsi. L’inverno inclemente con il suo freddo e gelo, incombe con la penuria di viveri e di tutto quanto serve a rendere confortevole i focolari domestici; le città sprofondano nel buio, senza traffico né il consueto vociare della gente, né la musica che proviene dai locali a cui ormai siamo abituati. La repentina caduta di quel mondo, seleziona anche gli uomini non più abituati a procacciarsi cibo e legname dai boschi che ormai non vengono più curati. Pertanto, per poter sopravvivere, essi bruciano il mobilio delle loro case: scaffali, tavoli, panche, sedie, biblioteche e perfino enciclopedie e libri in uno scenario da incubo.

La cosa fa riflettere il lettore al punto da domandarsi: che cosa risparmierei in caso di dure necessità come queste? Cosa brucerei per ultimo? Che cosa sacrificherei alle fiamme per primo? Ma di fronte a un inverno glaciale, tutto diventa fatalmente “superfluo”, fosse anche un amato pianoforte.

In questo spettrale scenario che falcia molte vite, gli uomini capiscono per forza di cose che se vogliono sopravvivere a questo inverno di carestia e di gelo, devono rifarsi agli antichi saperi degli antenati, seguire il loro viatico e i loro insegnamenti. Avi che erano in grado di procurarsi cibo e legna con le loro mani, curarsi con le buone erbe ricavate dalla natura sapendole distinguere da quelle velenose; perfino i raffreddori, con le gemme di pino mugo. Saper accendere fuochi, imparare a catturare uccelli col vischio o a creare trappole per i caprioli con i rami piegati degli alberi.

Chi resiste in questa dura selezione naturale, rassomiglia molto ai superstiti attuali di Erto e Casso nella valle del Vajont: individui dai volti asciutti e duri come pietra che sembrano averci “il callo del vivere”, come scrive Corona ricorrendo a questa efficace espressione. La vita e le sue tribolazioni, le sue emergenze e imboscate repentine non fa loro paura, dato che ci hanno fatto il callo. Perciò vanno avanti, lenti e i longevi, e i più forti, lasciano i più deboli sul terreno continuando il loro calmo avanzare.

Tuttavia le difficoltà estreme, riescono a compiere il miracolo di ricostituire le comunità perdute. Di rendere gli uomini più uguali e solidali nel momento del bisogno. Ai rumori molesti dei decespugliatori e dei rasa-erba che vanno a elettricità, si sostituiscono i gesti solenni e uguali delle ranze usate per falciare l’erba a mano o delle piccozze al posto delle motoseghe per abbattere gli alberi. Arriverà, fra mille peripezie, la tanto agognata primavera. Ma qui non posso anticipare il finale per chi non avesse ancora letto il libro, dato che il lieto fine non è assicurato. E il destino degli uomini resta sospeso e incerto, a causa dei loro egoismi e della loro avidità.

Non mancano critici e detrattori che rimproverano a Mauro Corona uno stile troppo vernacolare e colloquiale. Ma a mio avviso è del tutto funzionale al racconto, alle tematiche che affronta, agli ambienti e ai paesaggi che ha vissuto e che sa descrivere senza orpelli letterari.

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