Widgetized Section

Go to Admin » Appearance » Widgets » and move Gabfire Widget: Social into that MastheadOverlay zone

Urbi et Orbi

A CHE SERVE UN FIUME

PAOLO CREMONESI - 29/04/2016

tevereVe lo ricordate il candidato sindaco Carlo Verdone nel film Gallo Cedrone? Dopo avere proposto di asfaltare il Tevere e di farne un’ autostrada a tre corsie come a ‘Losssangeles’, il capofila di tutti i ‘boro’ romani concludeva: “Ma ‘sto fiume ce serve o nun ce serve?”.

Altro che le romantiche strofe di Gabriella Ferri (“Sotto l’arberi del Lungotevere, li baci scrocchiano”) o lo scontato rinvio “ar barcarolo” che va “controcorente”: il fatto è che, come per tante altre ricchezze generosamente distribuite dalla storia alla capitale, anche il Tevere è stato negli ultimi decenni soltanto sfruttato e saccheggiato .

Eppure non è stato sempre così: i trentaquattro chilometri da Fiumicino a Porta Portese sino a Borgo, sono stati per secoli una via d’acqua: merci e passeggeri giungevano a Roma su chiatte o barconi anche rimorchiati dalla riva; la forza motrice per risalire il Tevere, che nei periodi di magra non offriva più di due metri e mezzo di pescaggio, era costituita da buoi.

Il sistema era ancora in uso a metà dell’ 800, quando i quadrupedi furono sostituiti da rimorchiatori a vapore, che trascinavano tre o quattro imbarcazioni, come avveniva sulla Senna fino a non molti anni fa.

E appunto il richiamo a Parigi o a Londra non è mai mancato nei discorsi di qualche assessore capitolino, ma a parte qualche timido tentativo di brevi tratti percorsi da barconi/bus dell’azienda Metrebus, di concreto si è visto poco o nulla. La grande piena del 2008 che ha distrutto banchine e argini, ha poi messo la parola fine definitivamente,

Da allora, è proprio il caso di dirlo, solo ‘fiumi’ di parole. Convegni, studi, progetti ma fatti zero. Tant’è che i sette enti in cui è divisa la gestione del Tevere non riescono a mettersi d’accordo neppure sulla manutenzione ordinaria del letto: Il Consorzio di Bonifica si occupa soltanto dell’irrigazione dell’Agro Romano, l’Ama arriva finché non incontra l’acqua, l’Ardis si occupa di ricognizione e l’Arpa Lazio solo del tasso di inquinamento. Intanto arbusti e masserizie si moltiplicano sotto i ponti o a lato degli argini tanto da rendere difficile la navigazione anche delle piccole imbarcazioni. Canoisti in testa.

Altro che la Senna o il Tamigi. IL “biondo”, si fa per dire, Tevere resta lì quasi abbandonato, immagine da cartolina per foto da Castel Sant’Angelo o da ponte Garibaldi. E nulla più.

Paradossalmente una speranza potrebbe venire dalla candidatura di Roma alle Olimpiadi 2024. Il presidente giallorosso, James Pallotta, ha da tempo chiesto che in allegato alle opere compensative possa esserci anche la possibilità di raggiungere i nuovi impianti sportivi attraverso battelli che navigano il Tevere. Una eventualità che potrebbe portare capitali privati per la realizzazione dell’opera.

E nei giorni scorsi, commentando la proposta della Capitale, il presidente del Coni, Giovanni Malagò ha affermato: “Non otterremo le Olimpiadi con questo Tevere non navigabile e con queste banchine abbandonate”. E allora la domanda passa al prossimo sindaco: “’Sto fiume ce serve o nun ce serve?”.

Facebooktwittergoogle_plusredditpinterestlinkedinmail

You must be logged in to post a comment Login