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Società

IN TRENO, UN GIORNO

GIOIA GENTILE - 27/05/2016

trenoVi siete mai chiesti che fine fanno gli incontri? Non parlo di quelli che ci accompagnano per lungo tratto, ci cambiano, ci fanno essere come siamo e restano per sempre parte di noi. Parlo di quelli fugaci, che pare non lascino traccia, eppure mentre accadono sembrano perfetti.

Io ho cominciato a chiedermelo dopo un viaggio in treno, il luogo dove, in genere, chi ama parlare di sé è disposto a raccontare la storia della sua vita perché sa che non vedrà mai più gli altri passeggeri. Invece quella volta fu diverso.

All’inizio ci guardammo con sospetto, interrompendo per un attimo i nostri pensieri o le nostre letture. Poi qualcuno disse qualcosa. Qualcun altro intervenne. Uno ironizzò. Tutti risero. Uno commentò. Uno lo assecondò. Uno lo contraddisse. Nessuno criticò. Qualcuno chiese. Qualcuno rispose. Tutti ascoltarono. Ognuno si mise in gioco e si rivelò, pur senza raccontare nulla della propria vita. Qualcuno scese e qualcun altro salì. Sulle prime rimase sconcertato di fronte a quella strana compagnia unita da un’insolita complicità, ma si lasciò subito coinvolgere. E l’insieme si ricompose e come un’orchestra affiatata continuò a creare armonia. Infine arrivammo al capolinea. Ci salutammo, con la gioia di esserci conosciuti e il rammarico di doverci separare.

Allora cominciai a domandarmi: quell’incontro, che mi era apparso così speciale, che fine avrebbe fatto? Che cosa mi sarebbe rimasto dei miei compagni di viaggio, dei loro pensieri, dei loro sentimenti, delle loro emozioni che avevano toccato le mie corde più profonde? Perché nessuno aveva cercato di stabilire un rapporto più duraturo, nessuno aveva chiesto un indirizzo, un numero di telefono, neppure io? Ma già mentre mi ponevo queste domande capivo che non avevano senso, che quell’incontro, per un motivo che ancora mi sfuggiva, aveva un significato così com’era: in sé compiuto e, a suo modo, perfetto. Frequentare nella vita quotidiana le persone che, essendomi state accanto per qualche ora, mi sembrava di conoscere da sempre avrebbe potuto solo rivelarmi i loro problemi, i loro difetti, le loro ombre. E non avrebbe aggiunto nulla all’armonico disegno della prima esperienza.

Tuttavia il rammarico restava: non volevo accettare che la magia di quei momenti svanisse. E mi chiedevo perché debbano finire nel nulla tutti gli incontri simili che incrociano la nostra vita come rette divergenti, sentieri che affiancano il nostro per un tratto e al primo bivio si allontanano.

A quel punto mi tornarono alla mente le parole di Emanuele Severino, che ebbi la fortuna di avere come insegnante – come maestro – all’università: il nulla non è; dunque tutto ciò che esiste non può che essere eterno, e ciò che appare e scompare, ciò che diviene, resta custodito per sempre in una dimensione diversa, nel regno ospitale dell’essere immutabile dove è per sempre sottratto alla rapina del nulla.

Allora mi fu chiaro che quell’incontro non sarebbe svanito e che quel viaggio trovava un senso nell’essere metafora della vita. O, almeno, di ciò che mi piacerebbe fosse, la vita.

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