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Politica

VOCAZIONE E IMPEGNO

EDOARDO ZIN - 22/09/2016

moro“Il dottor Divago” lo chiamavamo un po’ sfacciatamente. Quando parlava aveva un fluire lento, quasi pigro. Il periodo si arricchiva di sempre nuovi contenuti, ma, pur nell’eccesso di incidentali, il filo logico era ben saldo, la costruzione rigorosa e alla fine il nucleo centrale del suo discorrere risaltava netto. Andava per le lunghe, si perdeva nei particolari, complicava le cose semplici, andava contro la logica geometrica (“le convergenze parallele”), il lessico era ampolloso, pignolo, quasi circospetto.

Mi piace ricordare Aldo Moro come l’uomo della parola che cercava di convincere i suoi ascoltatori con argomentazioni e non con slogan, come il politico che ci insegnò a “pensare politicamente”, come l’uomo che vedeva nell’impegno politico una sorta di prolungamento dell’impegno religioso.

Lo farò attingendo ai ricordi personali di incontri con lui, uno pubblico e il secondo quasi privato.

Aldo Moro era stato eletto segretario politico della Democrazia cristiana nel 1959 al congresso di Firenze. Io ero sceso a Roma un anno prima per incominciare i miei studi che alternavo con l’impegno presso la presidenza nazionale dei giovani cattolici. In quegli anni noi giovani coglievamo le prime avvisaglie di grandi cambiamenti e vivevamo il travaglio tormentoso dal quale poteva nascere una nuova umanità: Giovanni XXIII apriva nuove speranze alla Chiesa, Kennedy lanciava la sfida della nuova frontiera, Krusciov prometteva con la destatalizzazione maggiore libertà all’Unione Sovietica.

In Italia si cominciava a parlare di centro-sinistra, cioè dell’alleanza tra democratici cristiani e socialisti. Questa operazione politica, che intendeva conciliare lo stato democratico con masse di lavoratori, era ostacolata sia dalle forze conservatrici presenti all’interno del partito che allora intruppava i cattolici, sia, ovviamente, dalla destra parlamentare, ma soprattutto dai vescovi e dalla Confindustria.

Noi giovani eravamo precipitosi: non volevamo rimandare quello che si poteva realizzare subito. Volevamo rendere autentiche la libertà, la giustizia, la democrazia. Per questo eravamo ben controllati dai “superiori” che temevano derive di tipo ideologico. Ciò nonostante, o forse proprio per questo nostro atteggiamento, arrivò al nostro presidente centrale l’invito a far partecipare una nostra delegazione al congresso della Dc che si sarebbe tenuto a Napoli nel gennaio seguente. A far parte di questa delegazione fui chiamato anch’io. Fu in questa occasione che ebbi modo di ascoltare Aldo Moro.

Il teatro San Carlo era gremito di delegati provenienti da tutta Italia, da delegazioni estere e da ospiti. Quando Aldo Moro si avvicinò al microfono per tenere la sua relazione, in sala calò un attento silenzio: due parole per salutare e ringraziare, ma solo il tempo perché si potesse meglio apprezzare il seguito del discorso che subito si snodò deciso, denso di pensiero, impeccabile nella forma. Fu una relazione che durò tre ore: parlava di svolta, di apertura, di rinnovamento.

Cercava di far capire il valore dell’allargamento della base democratica e, per capire, invitava a pensare, a riflettere, a non a fermarsi alla superficie delle cose. Invitava a penetrare le ragioni e il significato profondo dell’apertura a sinistra. Rassicurava che non ci sarebbe stato alcun compromesso sul piano valoriale, solo una mediazione tra diverse realtà tutte e due essenziali circa il destino della nazione. Incitò i giovani a non cedere alla sfiducia, a non esasperare i dissensi, sollecitò gli amici a non far polemica per il gusto della polemica, a non ricercare studiosamente la divergenza per giustificare la propria ragione di essere.

Dall’ articolo che scrissi su “Gioventù”, subito dopo il congresso, riporto alcuni stralci del suo discorso: “La democrazia non è solo regime di libertà, ma di umanità e di giustizia. Essa è tale solo se si poggia su solide basi popolari e sulla verità come sintesi dei più concreti atti umani che si scoprono e vivono tutti assieme. La democrazia si identifica con l’ordine e la giustizia e si attua in norme di vita.”

A un certo punto, Moro, stanchissimo, chiese la licenza di andare avanti stando seduto. Fu in quei giorni che cominciai ad apprezzare la sua statura, la sua pedagogia politica, il sangue azzurro dei suoi ascendenti: Maritain, Mounier, Kant. Più tardi, scoprii che l’uomo mite pianto da Paolo VI era tutt’altro che debole e freddo. Con tenacia portò a termine il suo progetto politico. Durante un suo intervento alla Camera in occasione dell’affare Lockeed le sue argomentazioni stringenti e perentorie furono pronunciate con voce aspra e col volto bianco: “Ci avevate preannunciato il processo nelle piazze: vi diciamo che non ci faremo processare!”.

Non fatico a ricordare l’altro incontro avvenuto nel tardo pomeriggio di una bella ottobrata romana del 1963. Eravamo soliti a partecipare alla preghiera dei vesperi presso la piccola comunità monastica ecumenica di Taizè che a Roma, durante il Concilio (e forse ancora oggi) era ospite in un appartamento di un palazzo contiguo a quello di palazzo Grazioli che sarebbe più tardi divenuto famoso come residenza di un noto personaggio politico. Terminata la preghiera, ci sedemmo tutti attorno alla tavola per consumare la cena: soupe aux tomates preparata dai monaci, pizze, arancini e supplì portati da noi. Mentre eravamo uniti a spartire la cena, pensieri e speranze che avevamo in comune, udimmo provenire dal pianerottolo un trambusto che contrastava con la pacata e sommessa aria familiare: era Aldo Moro, da poco nominato presidente del Consiglio, che veniva a rendere visita a frère Roger e a intrattenersi con i suoi ospiti. Grande fu la nostra sorpresa pari alla cordialità del Presidente.

Il Presidente ascoltava attentamente le nostre domande, appoggiando il mento sull’avambraccio destro. Gli esponemmo come intendevamo il nostro essere nel mondo della storia, con le sue passioni, le attese della povera gente, dei nostri studi, di come operare per lo sviluppo del terzo mondo. Frère Roger partecipava al nostro discorrere più con le parole, con il suo sorriso e con l’ammiccare dei suoi occhi cerulei. Il Presidente, aiutandosi per rispetto del padrone di casa con il suo inadeguato francese, ci ammonì contro un attivismo di un vigoroso, indiscriminato e persino furioso operare (il riferimento era diretto agli uomini di Gedda!), contro lo spirito di superficialità che tentava di nascondersi sotto un’ansia di azione che non poteva apparire una pienezza di vita: “il fare include il pensare e l’amare”. Ci mise all’erta contro chi voleva minimizzare la verità, svuotarla, negarla per conservare potere e privilegi. Ci invitò a vedere nell’impegno politico una sintesi che non fosse un compromesso malinteso, ma uno sforzo concorde per raggiungere il bene comune.

Capii quella sera che per Moro fare politica era una sorta di vocazione. La sua tenace opera di mediazione aveva la sua fonte di spiegazione nel colloquio con Dio, nello spazio dato all’invocazione, all’adorazione che è ascolto di Dio e, in Dio, comprensione dell’uomo.

Questi era per me Aldo Moro nato il 23 settembre di cent’anni fa.

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