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Opinioni

ESERCITO IN STRADA? NO

VINCENZO CIARAFFA - 25/11/2016

militariV’è un paesino di poche migliaia di abitanti in provincia di Sassari, Buddusò, che in futuro sarà spesso citato a proposito d’immigrazione. Lo scorso 17 novembre, infatti, alcuni ignoti hanno piazzato una bomba in un agriturismo del suo circondario, prescelto dalla Prefettura per sistemarvi degli immigrati, nonostante le ripetute dimostrazioni di piazza e la contrarietà dei buddusoini.

Sebbene privo di conseguenze tragiche, quanto accaduto a Buddusò è molto grave ed eclatante, se non altro perché dei cittadini si sono ribellati allo Stato a suon di bombe. Eppure i media tradizionali non hanno fatto a botte per farlo sapere agli italiani che, per la maggior parte, non ne sanno nulla. Come mai tanta reticenza? Al posto dei nostri governanti, staremmo molto attenti, perché ciò che è accaduto a Buddusò potrebbe ripetersi in qualsiasi parte d’Italia.

La verità – quella che nessuno vuol raccontare – è che gli italiani non ne possono più di un’accoglienza senza capo e coda, che prevede di andare a prendere la gente in mare per poi scaricarla nelle nostre contrade e sulle spalle dei Comuni, alcuni dei quali sono al collasso per la sommatoria di molti problemi tra cui il deterioramento dell’ordine pubblico dovuto alla disordinata presenza d’immigrati.

Sarebbe interessante, ad esempio, chiedere a Renzi, o anche ad Alfano, che cosa intendano farne dei 170.000 immigrati che, da gennaio a oggi, hanno portato in Italia. Qual è il progetto politico per loro? Dov’è il lavoro? Quali i fondi disponibili per la loro integrazione? Scappano tutti dalla guerra oppure sono migranti economici? No, perché a parte i siriani, non si capisce da quale conflitto o pestilenza stiano scappando quei centroafricani, marocchini, tunisini, egiziani e algerini che costituiscono il 95% delle persone che andiamo a prendere nel Mediterraneo con la Marina Militare. E stiamo parlando di dati ufficiali forniti da organi altrettanto ufficiali, quali il Consiglio Italiano per i Rifugiati (CIR), che al 6 settembre aveva rilevato che su 53.873 immigrati, fino a quel momento censiti, soltanto il 5% aveva diritto a essere accolto. Eppure, come se i numeri non contassero niente, nella legge di bilancio il governo ha previsto lo stanziamento di altri 3,6 miliardi di euro per l’immigrazione, fondi sottratti inevitabilmente a sanità, scuola e investimenti pubblici, in un Paese che dal punto di vista strutturale cade a pezzi.

Purtroppo, il non-governo dell’immigrazione si sta trascinando appresso il non-governo dell’ordine pubblico, a fronte del fatto che gli immigrati regolari delinquono cinque volte di più della media italiana, e quelli irregolari venticinque volte di più.

Il 12 novembre, dopo l’ennesima sparatoria nel centro di Milano dove un dominicano è stato ferito a pistolettate e finito a coltellate da una delle venti gang latinoamericane che infestano il capoluogo lombardo, il sindaco ha richiesto l’intervento dell’esercito perché «…è inutile negare, ciò che è sotto gli occhi di tutti, abbiamo interi quartieri completamente fuori controllo della legalità, spero che la presenza dei militari, possa rassicurare i cittadini perbene, l’operazione sarà coordinata con un’azione repressiva da parte delle forze dell’ordine, per riappropriarci dei territori». Riappropriarci dei territori? Signori, siamo a Milano, non a Mosul da liberare dall’occupazione dei tagliagole dell’Isis, ma il fatto che il primo cittadino la pensi così dà la dimensione che sta assumendo il fenomeno.

Tentare di disporre dell’esercito in strada è diventata una moda: il tentativo è stato fatto a Varese prima delle ultime amministrative e sta succedendo adesso a Milano, ma vogliamo sperare che il referendum non abbia nulla a che vedere con la richiesta di Beppe Sala. Comunque sia, esibire i militari è un’operazione di marketing perché, stanti le attuali regole d’ingaggio, essi non sono granché utili nella circostanza. I militari, per formazione mentale e addestramento, sono portati ad operare per obiettivi, nell’ambito di una certa autonomia decisionale sul terreno, nell’ambito di un più vasto ordito operativo. Invece, le belle statuine in mimetica che ogni sindaco vorrebbe nella propria città possono – come tutti i cittadini peraltro – intervenire soltanto in flagranza di reato: non possono fare rastrellamenti per bonificare le aree in mano alla delinquenza, non possono perquisire soggetti sospetti, non possono far niente in autonomia. E, poi, i militari sono essenzialmente degli assaltatori, il che significa che assegnar loro il ruolo di piantoni è come voler mettere un canguro in una scatola del caffè. Sui 350.000 operatori che ha il comparto sicurezza (Carabinieri, Polizia. G.d.F., Polizia Penitenziaria, Polizia Ecologica e Polizie Urbane), per un totale di spesa annua di 20 miliardi di euro, mi chiedo se bisogna proprio ricorrere ai quattro gatti dell’Esercito, 90.000 uomini e donne, per governare l’ordine pubblico delle nostre città.

Quale che sia la risposta, la presenza dei militari per strada rappresenta il fallimento della classe politica che, per risolvere dei problemi che sono politici più che di ordine pubblico, ricorre agli armati, invece che alla forza di progetti e di decisioni coraggiose. Ma, nihil novi sub sole: anche Vittorio Emanuele II, Umberto I e Vittorio Emanuele III ricorsero ai militari per problemi di ordine pubblico. Di questo apparentamento il governo, però, non dovrebbe andarne molto fiero.

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