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Chiesa

PICCOLO FRATELLO DI GESÙ

EDOARDO ZIN - 25/11/2016

notredame

La Trappa cistercense di Notre Dame des Neiges

La macchina s’inerpica su una strada piena di buche. I boschi di castagni disegnano nettamente i contorni tra la foresta e le colline spoglie. Ai margini, foglie aride, secche e accartocciate. C’è un mare di nebbia, ma all’aprirsi di una larga vallata emerge, possente e vasta, l’abbazia. Come per incanto, il sole attraversa coi suoi raggi obliqui la nebbia e sveglia nel fulgore nebbioso l’antica trappa circestense Notre Dame des Neiges.

Sono arrivato quassù, nell’Ardèche francese, accompagnato da un amico per cercare notizie sul periodo in cui Robert Schuman, ricercato dai nazisti, si rifugiò in questa abbazia, accolto e nascosto dai buoni monaci. Ne ripartirò con il cuore traboccante di attrattiva per la figura di Charles de Foucauld, di cui il prossimo 1° dicembre ricorreranno i cento anni dalla morte.

Infatti, a questa trappa circestense bussò il 15 gennaio 1890 un giovane alsaziano, di famiglia aristocratica molto agiata: ha 32 anni. Si chiama Charles de Foucauld, visconte di Pontbriand.

Charles era rimasto orfano di entrambi i genitori a sei anni ed affidato alle cure del nonno materno, il quale lo aveva avviato alla carriera militare, dove non fu certo uno studente brillante. Inviato come ufficiale in Marocco, era entrato in contatto con la cultura islamica e ebrea; lasciato l’esercito, si dedicò a viaggi e a esplorazioni in Tunisia.

Rientrato a Parigi, visse una giovinezza dissoluta. Alla morte del nonno, Charles ereditò un’ingente fortuna che dilapidò anche a causa di una relazione con una fanciulla di dubbia fama.

Alla fine dell’ottobre 1886, Charles entra nella chiesa di Sant’Agostino, a Parigi. Incontra un confessore, padre Huvelin; ha con lui un lungo colloquio, il primo di una serie che lo accompagnerà fino alla morte del sacerdote. Ne esce turbato, ma deciso a dedicare tutta la sua vita alla vita perfetta, evangelica “abbandonando per sempre una famiglia che è tutta la mia gioia ed andando lontano, lontano a vivere e a morire…”: così Charles scrive nel suo diario.

Su consiglio del padre spirituale, Charles compie un viaggio spirituale a Nazareth, deciso a imitare la povertà e l’oscura vita di Gesù. Rientra a Parigi con la ferma decisione di farsi religioso. Si ritira per brevi giorni nella trappa di Soligny, quindi in quella di Fontgombaut, per sei mesi a Notre Dame des Neiges, successivamente a Clamart. Ormai la decisione è presa: dona tutti i suoi beni alla sorella e entra nella trappa di Notre Dame des Neiges perché è la più povera.

Nel volume degli Scritti spirituali che l’Abate mi consiglia di leggere, trovo scritto “Che cos’è questa pace… Non è nulla di straordinario, è un’unione di tutti gli istanti nella preghiera, la lettura, il lavoro, in tutto con Nostro Signore, con la Santa Vergine, con i santi che la circondavano nella sua vita…”.

Nella cella che mi viene assegnata, rimugino: “Per Charles, la preghiera è fatta nella solitudine, nell’isolamento, non dovrebbe essa essere piuttosto densa di parole e di presenze? Non dovrebbe il nostro cuore battere all’unisono coi problemi del mondo?”

L’indomani, dopo la Messa abbaziale, confido questi pensieri a dom Hugues.

“Non creda che per Charles, la preghiera sia un distacco dal mondo. Egli non vorrà mai ritirarsi dal mondo, ma assumerne tutte le contraddizioni, le difficoltà, le tribolazioni del suo tempo. Le dirò che Charles, dopo un po’ di tempo vissuto in questa trappa, chiese di essere inviato in un monastero poverissimo in una valle deserta della Siria e lì condivise la vita con i più poveri, con i bambini orfani, con gli operai, badando al bestiame e coltivando i campi. Ritornò qui da noi per la professione religiosa e per iniziare gli studi teologici”.

Tra di me penso: “Charles ama il silenzio e la solitudine. Come fa tuttavia a immergersi in mezzo alla compagnia degli ultimi, sulle strade di un mondo così lontano dal suo?”. Mi viene spontanea alla mente la risposta che mi diede uno dei miei nipoti quando gli chiesi, dopo averlo rimbrottato per il chiasso che produceva, che cosa fosse per lui il silenzio. Mi rispose: “Il silenzio è quando la mamma allatta Benijamin!”. Ecco, il silenzio non è solo mancanza di rumori, è soprattutto un abbandono È un fare, un parlare nella tenerezza. Come il bianco, che è la somma di tanti colori, unificati nella sua candidezza, così il silenzio può contenere tante parole.

Nella tranquilla biblioteca abbaziale, trovo una biografia di Charles de Foucauld. Vengo a conoscere che a Notre Dame des Neiges resterà per sette anni, ma la lascia per partire per la Terra Santa e seguire Gesù, povero artigiano. A Nazareth trova lavoro come domestico in un convento di clarisse. Scriverà nelle sue note: “Sono deciso più che mai a restare a Nazareth nella vita di operaio, cercando di imitare la vita nascosta del mio beneamato Gesù, in un lavoro umile, nell’oscurità, nella preghiera, nell’umiltà interiore e esteriore”.

Nell’agosto del 1900 rientra in Francia per essere ordinato sacerdote: finalmente potrà avere un luogo dove conservare l’Eucarestia per sostare in lunghe ore di adorazione, durante le quali ogni sua parola si spegne e lascia a Dio la fatica di salvare gli uomini che incontra.

È inquieto Charles: desidera sempre più ardentemente di vivere in mezzo ai più poveri e lontani per diffondere il Vangelo, non gridando alla conversione come il Battista, ma con la sua presenza frutto di preghiera e di contemplazione. Sapendo che i musulmani del Marocco, del Sahara algerino sono i più poveri e abbandonati, chiede di essere mandato a Béni Abbès, una piccola oasi al confine tra il Sahara algerino con il Marocco. Passa ore intere di adorazione davanti all’Eucarestia, ma alla sua porta bussano poveri, ammalati, viaggiatori, soldati ed è costretto ad interrompere il suo colloquio con Gesù per dedicarsi a loro.

Cinque anni dopo, de Foucauld s’installa a Tamanrasset, nel deserto, tra i Tuareg, la più numerosa tribù nomade; in questa terra arida e sterile costruisce per sé una capanna ed una piccola cappella in muratura dove l’Eucarestia sarà sempre presente. Impara la lingua dei Tuareg, diventa l’amico, il fratello di un popolo abbandonato, visita i villaggi sulla montagna, gli accampamenti. Come Gesù si fa prossimo agli altri.

Il 1° dicembre 1911, una banda di predoni attacca l’eremitaggio. Mentre Charles viene legato con le mani dietro la schiena, il romitaggio viene spogliato di tutto. Sbadatamente, un predone fa partire un colpo di fucile che colpisce Charles alla nuca. Charles scivola lentamente su un fianco, cade a terra, muore.

L’abate mi invita a visitare la cappella costruita di recente fuori dalle mura dell’abbazia, sul limitare del bosco. L’Eucarestia è esposta per l’adorazione, la preghiera e la meditazione. I pochi resti di Charles de Foucauld, visconte di Pontbriand, divenuto “piccolo fratello di Gesù”, sono esposti alla venerazione dei fedeli. Dopo che è stato proclamato beato (ma si può definire così un’anima inquieta per amore?), fratel Charles è ritornato nella sua trappa. L’eremita, che si era recato nel deserto per incontrare Dio negli ultimi dei fratelli, dà frutti in questa terra dell’Ardèche francese.

Mentre scendo a valle, il pensiero corre a Carlo Carretto che, dopo aver vissuto i giorni dell’onnipotenza, si ritira a Tamanrasset sulle orme di fratel Charles. Ma penso pure a quella “piccola sorella di Gesù” che ho incontrato sui metrò di Parigi portandosi a tracolla un grosso sacco (“la mia casa” – mi disse) per recarsi ad assistere qua e là i moribondi soli. E penso a Pasquale Macchi, che subito dopo la morte del suo amato Paolo VI, lasciò le maestose stanze del Vaticano e si ritirò a Tamanrasset. E ricordo Giuseppe Dossetti che per anni visse tra gli abitanti di Nazareth, penso a quei piccoli fratelli e piccole sorelle che vivono nelle baraccopoli, fra gli emarginati, nelle periferie esistenziali: sono gli Eden dove Dio passeggia in compagnia di loro.

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