Widgetized Section

Go to Admin » Appearance » Widgets » and move Gabfire Widget: Social into that MastheadOverlay zone

Editoriale

CALCIO DI RIGORE

MASSIMO LODI - 02/12/2016

referendumAnche non dichiarandolo -lo dichiarò, salvo pentirsene- Renzi avrebbe legato il suo destino a questo referendum. Per un semplice motivo: se la più importante delle riforme decisa da un governo viene bocciata dagli elettori, il governo va a casa. È l’etica della responsabilità a imporlo, sia pure non scritta e però praticata da chiunque si consideri dignitoso. Perciò è ovvio che si voti su una revisione costituzionale giudicando, oltre alle modifiche normative, l’azione complessiva del premier e dei ministri. Conta il merito specifico della questione, ma non vi sono estranei i meriti/demeriti complessivi di chi l’ha posta all’attenzione popolare.

Il Renzi di Palazzo Chigi non è stato inferiore ai suoi recenti predecessori. Semmai l’opposto: superiore. E ha avuto il coraggio di metter mano a una materia che altri avevano ignorato o, prestandovi timebonda attenzione, s’erano subito risolti a non trattare. Troppe le prevedibili grane, troppi i sicuri rischi, troppa la tentazione del calcolo egoistico/miope.

Lo scopo della riforma è condivisibile: dare stabilità (63 governi in 70 anni di Repubblica), eliminare il bicameralismo paritario (Camera e Senato che fan le stesse cose), snellire le procedure legislative (quasi un triennio per approvare la legge sull’omicidio stradale), abbassare il numero dei parlamentari (più di duecento in meno), ridurre le irrazionali prerogative (e le ridondanti spese) delle Regioni, pensionare  le Province, abolire il Cnel eccetera. All’osso: semplificare il funzionamento dello Stato, iniziare a grattarne la ruggine partitico/burocratica, risparmiare soldi eliminando sprechi, rendere appetibili gl’investimenti nel Paese impegnato dalla competitiva concorrenza globale, restituire fiducia agl’italiani, riprecipitata -dati Istat- ai minimi del marzo 2014.

Ciò assumerà un profilo di maggior realismo qualora, dopo l’eventuale sì del 4 dicembre, fosse licenziata una legge elettorale garante della governabilità assieme alla rappresentatività. Magari non l’Italicum fin qui elaborato, ovvero un sistema maggioritario simile a quello in uso per nominare i sindaci, e tuttavia un meccanismo che gli somigli. Altrimenti annasperemo nelle sabbie mobili che ostacolano il progresso, favoriscono i privilegi, tengono distanti dall’Italia i capitali necessari a moltiplicare le occasioni di lavoro e mettono a rischio quelli in essere (ad avviso del Financial Times, otto banche in predicato di fallimento se vince il no). Un peccato mortale, dato (1) che -secondo le agenzie internazionali di rating- i fondamentali della nostra economia sono “fortissimi” e il tasso di risparmio è “da tripla A”. E dato (2) che l’Ocse, nel rapporto di novembre, prevede un rafforzamento della governance politico-finanziaria nel caso di successo del sì.

Il prezzo da pagare al tentativo (proprio e soltanto così: primo passo, avvio, incipit) di cambiamento non è la sbandierata/fantasiosa deriva autoritaria. I poteri del premier e dell’esecutivo non si accrescono, i contrappesi previsti dal sistema parlamentare non diminuiscono. Siamo e resteremo una nazione democratica. Il dibattito in corso da mesi ne è il sale, al netto di beceri e livorosi demagogismi che ne puniranno gl’interpreti. Lo era, anche se molti fingono di non ricordarlo o di non saperlo, anche in passato, quando la posta in palio aveva sostanza diversa, ma la forma dialettica usata dai contendenti equivaleva spesso all’attuale. Rileggetevi che cosa se ne dicevano democristiani e comunisti in lontane campagne elettorali e ne riceverete conferma.

Perciò andiamo a votare consapevoli, realisti, tranquilli. Si presenta un’occasione decisiva per orientare il futuro: nostro, e dei nostri figli e nipoti. Non cogliendola, dovremo aspettare anni/decenni perché si ripresenti, ammesso che succeda. Nel frattempo, a coglierci potrebbe essere il pentimento, purtroppo irrimediabile. Come quando si fallisce un calcio di rigore, regalando la partita a una squadra che si scioglierà il giorno dopo, poiché nata non per costruire qualcosa, ma per demolire qualcuno.

Facebooktwittergoogle_plusredditpinterestlinkedinmail

You must be logged in to post a comment Login