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Editoriale

TRANSIT

MASSIMO LODI - 20/01/2017

ELEZIONI: NELLA TANA DEL ROTTAMATORE ORA C'E' CAUTELA E RIFLESSIONESolo Bersani, D’Alema e la frangia rancorista (rancoroso-masochista) del Pd pensano/dichiarano che la priorità d’un redivivo Renzi sia l’inciucio con Berlusconi su legge elettorale prima, e futuro governo poi. Non contenti d’aver sabotato il loro partito, il loro premier, il loro governo al referendum costituzionale, s’ingegnano a proseguire nell’opera magna, pur senza avere un leader alternativo all’attuale segretario, alleati ricercabili per vincere qualcosa, un tot di credibilità spendibile. Non remano in favore di qualcosa, solo contro qualcuno. Uno spettacolo di magistrale/sbalorditiva insipienza politica. Di cui profitterà la sinistra arancione in fieri, guidata dal tandem Pisapia-Boldrini. Lo capirebbe un bambino della buona scuola, non lo capiscono gli ex capi adulti dei democrats, più qualche loro improvvido scherano.

Le priorità di Renzi sono altre. La prima priorità. In primavera si vota in 980 comuni, tra i quali quattro capoluoghi di regione (Genova, Catanzaro, L’Aquila, Palermo) e ventidue capoluoghi di provincia (Verona, Padova, Parma, Como tra di essi). Dopo gli sconquassi del 2016, Roma e Torino in primis, il Pd non può permettersi aggiuntive disfatte. Deve resistere dove ha un sindaco, ribaltare la situazione dove non ce l’ha. Ergo: va attivata una forte mobilitazione sul territorio, scendendo accanto ai problemi, non solo al fianco dei cittadini. Cioè: fatti invece di parole. L’impresa richiama grandi/convincenti energie, e le riceverà. Per lo scopo si va costituendo una neo classe dirigente del partito.

La seconda priorità. Archiviato il referendum sull’articolo 18 e salvata la trave portante del Jobs Act grazie al verdetto della Corte costituzionale, vanno disinnescati gli altri due promossi dalla Cgil, su voucher e appalti. Operazione che vuole tempi rapidi tramite modifiche di legge con decreto dell’esecutivo, così da evitare la consultazione. Non perché esista la comprensibile paura di perderla, ma il terrorizzante orizzonte d’un riformarsi del fronte del No uscito vincitore dalle urne del 4 dicembre. Schieramento che potrebbe definitivamente archiviare le speranze dei rinnovatori di millennizzare (finalmente) il Paese.

La terza priorità. Conosciuto il giudizio dei supremi giudici sull’Italicum, bisognerà metter mano alla nuova legge elettorale. E qui il problema non è d’anteporre un’intesa opportunistica con Berlusconi alla soluzione migliore per la rappresentatività/governabilità nel (e del) Paese. Esattamente il contrario: garantire al Paese un sistema di voto che ne tuteli l’equilibrio istituzionale (dunque popolare) ricercando un patto realistico tra le forze responsabili disponibili a stipularlo. Ovvero: non saranno Renzi e l’ex Cavaliere a escludere gli altri, ma gli altri a obbligarli a un’inclusività a due, se (testardi/speculativi) rifiuteranno di trattare. Il compromesso è una cosa: virtuosa spesso, e talvolta indispensabile. La compromissione è un’altra: mediocre sempre, e non di rado dannata. Come si fa a sostenere che una legge elettorale ragionevole sia frutto della compromissione invece che del compromesso? Ipotesi non così fantasiosa: un proporzionale con soglia di sbarramento sufficientemente alta e premio di maggioranza sufficientemente basso. Potrebbe andar bene anche a Lega e Cinquestelle, nonostante ne dicano male. Perché lascia la coscienza degli elettori libera prima del verdetto, e le mani dei partiti libere dopo il medesimo.

La quarta priorità. Chiudere in anticipo la legislatura non è un’urgenza, caso mai una convenienza. Se tale per davvero, Renzi lo valuterà con il dovuto spirito pratico. Non perché glielo intimano Bersani e D’Alema, ma perché glielo indicheranno: 1) l’andamento del governo Gentiloni; 2) la tenuta del consenso grillino; 3) l’evoluzione della contingenza economica, che imporrà una manovra correttiva dopo il monito dell’Unione europea e le stime di crescita al ribasso del Fondo monetario internazionale; 4) gli sviluppi della situazione internazionale, con l’inizio dell’era Trump e l’avvicinarsi al voto di Olanda, Francia, Germania. Le ricadute si avvertiranno anche in Italia. E ne verrà tenuto conto. All’ex presidente del Consiglio i suoi nemici imputavano, al tempo della propaganda referendaria, derive d’arroganza. Oggi lui può imputar loro derive d’antitalianismo. Per esempio e per finire: lo accusano di trasgredire gli ordini dell’Ue proprio quelli che dell’Ue erano fino a ieri nemici giurati. Sic transit boria mundi.

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