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Editoriale

CONFESSIONE IN CRISI

GIAMPAOLO COTTINI - 18/02/2012

Uno degli indicatori più significativi della difficoltà per l’uomo d’oggi di credere integralmente nel Cristianesimo è rappresentato dalla diminuzione dei fedeli che si accostano al sacramento della Riconciliazione. Quello che un tempo era chiamata la Confessione costituiva per il credente un momento importante per la crescita della propria vita spirituale. Oggi, invece, si assiste a una sempre maggiore difficoltà a riconoscere in questo sacramento un’occasione significativa di conversione e di crescita. Le ragioni possono essere molteplici, riconducibili al poco tempo che i fedeli hanno da dedicare a momenti religiosi particolari che chiedono anche un’accurata preparazione (ad esempio l’esame di coscienza quotidiano che sembra sparire dalle nostre giornate per lasciare spazio al massimo ad un generico bilancio di quel che si è fatto). C’è poi forse anche una minore disponibilità dei sacerdoti a trovare un tempo da dedicare esclusivamente alla cura delle confessioni al di fuori dei momenti straordinari (Natale o Pasqua). Una più attenta analisi mette, però, in luce le ragioni antropologico-culturali di questa disaffezione che manifesta la scarsa stima per un sacramento che è stato invece istituito da Gesù per accogliere la Verità dell’umano.

Prima di tutto la cultura moderna ha preso le distanze dalla nozione stessa di peccato, non riuscendo più a concepire il male come una presenza effettiva nella vita delle persone. Il relativismo dilagante impedisce spesso persino di riconoscere cosa è bene e cos’è male, tanto che in nome della libertà di coscienza si pensa di poter definire ciò che è lecito e ciò che peccato, in base a criteri di opportunità (o spesso di comodo) che prescindono dall’ascolto di Dio e fanno riferimento solo a fattori culturali. Quello che un tempo era considerato peccato, oggi viene magari considerato perfettamente lecito o comunque di competenza dell’esercizio della libertà di coscienza del singolo uomo, al punto che si è persa anche la dimensione della richiesta del perdono: se non si ha più coscienza di ciò che è male, allora diventa superflua anche la richiesta di perdono e la presenza di Dio si allontana sempre di più dall’esistenza, divenendo insignificante rispetto alla valutazione morale. L’esito è che ciascuno si costruisce una morale secondo la sua misura e non ritiene più che esistano dei criteri oggettivi per giudicare l’azione quotidiana. In fondo si giustifica ciò che l’uomo fa solo perché lo ha scelto, così però, sfumando il senso del peccato come disobbedienza a Dio, svanisce anche l’esigenza di essere perdonati e scompare il bisogno di chiedere a Dio di essere salvati dal male.

Una cultura che ha esaltato l’onnipotenza dell’uomo nel gestire arbitrariamente tutte le sue scelte ha cancellato così la parola centrale che rende il Cristianesimo interessante, la parola salvezza: se l’uomo può liberarsi da solo dal Male, allora non c’è più bisogno della redenzione portata da Cristo.

Conseguenza di ciò è che l’uomo d’oggi non percepisce più nemmeno il bisogno di essere perdonato: la pretesa di non sbagliare mai, oppure la percezione che anche l’errore fa parte statisticamente della quotidianità e non ha rilevanza sulla costruzione complessiva del bene per l’umanità porta a pensare che in fondo tutto possa essere giustificato (o almeno spiegato), per cui diventa superfluo il gesto del perdono come atto del Creatore da cui il peccato allontana. Dall’idea di un Dio giudice che punisce le colpe, l’uomo moderno non ha voluto fare il passaggio al Dio padre, che in virtù della sua misericordia viene incontro all’uomo per riabbracciarlo. È veramente un peccato che nella coscienza anche dei fedeli sia troppo poco presente il significato della parabola del Padre misericordioso, cioè di quel padre che va incontro al figlio sbandato, lo abbraccia, lo accoglie di nuovo nella sua casa, e lo perdona non tanto come se nulla fosse accaduto ma in nome dell’amore che non è sconfitto neppure dal tradimento del figlio.

Rimettere la confessione al centro della pastorale significa allora distinguere accuratamente il peccato dal senso di colpa, per riscoprire il carattere filiale della nostra condizione umana e riconoscere nella paternità di Dio il luogo della nostra ricostruzione come uomini veri che si sentono figli. L’educazione ad essere perdonati è, tra l’altro, la migliore strada per imparare il perdono verso il prossimo: solo chi si sente amato sino al punto della gratuità del perdono, può instaurare rapporti pieni di carità verso gli altri.

Un’ultima considerazione vale la pena di ricordare: la difficoltà della confessione può venire anche dal pudore di raccontare i propri peccati ad un’altra persona, un sacerdote che è un uomo come noi. La tentazione, tutta protestante, di auto-giustificarsi è forte, ma la caratteristica propria del Cattolicesimo è di tipo sacramentale: Dio non è presente in un nostro pensiero, nemmeno nel nostro sentimento, ma è accanto a noi nella concretezza dei segni, come la presenza del sacerdote che perdona rendendo Cristo contemporaneo alla nostra vita. L’incontro con il sacerdote diventa allora un’occasione per riscoprire che Cristo non è un maestro di dottrine morali o una grande personalità religiosa, ma è davvero il figlio di Dio presente e contemporaneo a noi e che perciò ci cambia nell’oggi.

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