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Politica

DONALD E SILVIO

MANIGLIO BOTTI - 10/02/2017

trumpberluscaLa battuta che circolava un paio di mesi fa, cioè che gli americani scegliendo come loro presidente Donald Trump si fossero messi sulla stessa strada che noi avevamo sperimentato più di vent’anni fa, e anche successivamente, avendo mandato a Palazzo Chigi Silvio Berlusconi – quindi che in un certo senso noi siamo più intelligenti degli americani perché arriviamo prima sulle cose – è discreta, e forse ha anche qualche (superficiale) fondamento: l’ambizione di entrambi – Berlusconi e Trump –  di essere utili e necessari in politica, amando il proprio Paese, un’inusitata ricchezza personale che dovrebbe rappresentare una garanzia di successo, e anche qualche vizietto, come il desiderio di un look giovanile dimostrabile in una capigliatura folta e colorata o in un comportamento  più o meno galante e assiduo nei confronti di un giovane mondo femminile.

In effetti, alla luce di quanto sta avvenendo e – per quanto s’è potuto sapere anche leggendo alcuni libri (per esempio il libro-inchiesta del giornalista del New York Times David Cay Johnston, premio Pulitzer nel 2001, pubblicato in Italia da Einaudi, quindi dal Berlusca…) – i due personaggi sono alquanto diversi, a dimostrazione che la storia talvolta può presentare delle somiglianze, perché sono gli uomini che sono esseri con caratteri simili, ma che nelle circostanze non si ripresenta mai allo stesso modo.

La prima differenza e sostanziale è che Donald Trump, nonostante molti ritenessero solo spacconate elettorali alcune sue prese di posizione, sta attuando quanto promesso. Cosa che a Berlusconi, altrettanto prodigo nell’elargire promesse (vaghe), era più difficile per non dire impossibile fare. Tant’è che, in proposito, una delle frasi preferite del Silvio era: lasciatemi lavorare.  Ma a Trump, là dove, negli Usa, i poteri di un presidente in carica sono di gran lunga più forti e superiori di un presidente del consiglio in Italia, nessuno (qualche giudice federale, forse, staremo a vedere) può impedire di “lavorare”. Quindi e per prima cosa: muri da erigere e immigrati (ma solo di certi paesi “bene scelti”) bloccati negli aeroporti.

Un altro aspetto che, a nostro giudizio, differenzia i due personaggi – non sappiamo se poco o molto ma è un dato significativo – a detta di Cay Johnston, che segue le performance imprenditoriali e no di Donald Trump da più di trent’anni, tant’è che ha riempito un paio di magazzini di carte e documenti, è che il neo-presidente Usa ambiva da sempre a entrare nello studio ovale della Casa Bianca, cioè fin da quando aveva trentacinque anni, ed era già un ricco rampollo pieno – a suo dire – di iniziative. L’ufficiale discesa in campo di Berlusconi (impossibile scrutare nella psiche) è invece più tardiva: risale a un Berlusconi quanto meno attempato: cinquantotto anni. Sulle motivazioni (alcune) si potrebbero anche fare delle similitudini (la politica come un grande affare?), ma se come si insegna sono poi le categorie del tempo e dello spazio a dirimere la cosiddetta “volontà di rappresentazione” (magari la citazione è errata, ma l’importante è che ci si capisca) allora tutto diventa chiaro. Trump ha cominciato il suo cammino da lontano, e adesso che ha settant’anni sta centrando gli obiettivi; l’avvento di Berlusconi, ormai acciaccato e over ottanta, e dunque con minore potere di convincimento, fu più casuale.

Come “fermare” Trump? Migliorerà? Peggiorerà? Il timore è che si sia solo agli inizi e qui il rapporto con il nostro Berlusca davvero sfuma. Donald Trump, da qualche giorno, come si diceva, va in giro con la valigetta in cui sono chiusi i codici per il lancio di missili a testata nucleare. Che si dichiari più o meno amico di altri soggetti a lui simili non cambia molto. Ma è questo l’aspetto che preoccupa di più e il cui sviluppo è lasciato nelle stesse mani degli americani.

Così, con queste parole, il giornalista David Cay Johnston conclude il suo libro: “Nel frattempo, fate molta attenzione. Non abdicate al vostro dovere di cittadini discutendo e manifestando pacificamente quando siete in disaccordo con decisioni politiche importanti. E se Donald Trump inizia a silurare generali dell’esercito o dell’apparato militare, aspettatevi che i suoi impulsi autoritari prendano il sopravvento, minacciando i limiti costituzionali dei poteri del presidente. Se dovessero cominciare, quei licenziamenti suonerebbero come campanello d’allarme dell’imminente fine della democrazia americana”.

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