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Editoriale

L’ARCA

MASSIMO LODI - 26/05/2017

arcaSpesso gli aneddoti sono assai rivelatori. Al convegno sulla “Lettera alla città”, inviata all’attenzione pubblica da parrocchie / movimenti / associazioni cristiane di Varese, Giuseppe Zamberletti ne ha citato uno che merita la seguente, breve narrazione.

Metà degli anni Sessanta. Zorro, come l’appellavano, ha già intrapreso la carriera politica, e si appresta all’approdo parlamentare, fidando nel massiccio suffragio varesino. Un giorno lo chiama don Tarcisio Pigionatti, anima rivoluzionaria del solidarismo. Il suo De Filippi, straordinaria avventura a sostegno dei giovani (e non solo) è completato, si avvicina l’ora dell’inaugurazione. Dice il prete all’aspirante onorevole: mi devi portar qui il presidente del Consiglio. L’altro: impresa difficile, forse impossibile. Replica: trasfòrmala in possibile, se no i voti che cerchi non li prendi. Conclusione: proverò, assolutamente proverò.

Zorro si dà da fare. Corteggia il capo del governo, che è Moro. Sentiero ripido, arrampicata ostica. Alla fine, la tenacia vince. Moro acconsente. 6 novembre 1967: è il giorno della visita a Varese. Penna bianca (anch’egli aveva un nom de plume) sale alle falde dei Miogni in auto con Zamberletti, e subito si meraviglia delle ali di folla che scortano il tragitto dell’auto presidenziale sulle rampe in porfido, introduttive al parco e all’edificio.

Arrivato in cima, Moro aggiunge sorpresa a sorpresa. C’è di tutto, ad aspettarlo. Pompieri, crocerossine, forze dell’ordine, compagini di volontariato, formazioni sportive, torme di studenti eccetera. Si respira l’entusiasmo, oltre all’aria. Si respira la festa, oltre all’emozione. Si respira Varese, oltre all’ufficialità.

Il premier impiega gran tempo a stringere mani, contraccambiare saluti, vedere / conoscere / apprezzare. Dice a Zorro: immaginavo molta gioia e molto folclore. Non così. Continua il giro, tra qualche fatica di percorso, dato l’assembramento giubilante. Infine, al momento dei saluti, ormai risalito in macchina, confida al suo post-dantesco Virgilio: non mi hai convocato a celebrare l’apertura di un convitto, ma quella di un’arca di Noè. Voleva dire: ma che eccezionale partecipazione, per numero di presenti e trasversalità sociale. Un bel complimento. A don Tarcisio, formidabile organizzatore. Di riflesso a Zamberletti, mentore perfetto. Pochi mesi dopo, nel maggio ’68, entrerà a Montecitorio con un ideale/simbolico mantello biancorosso sulle spalle.

L’ex deputato, senatore e ministro ha proiettato simbolicamente l’immagine dell’Arca di Noè all’incontro nell’aula magna dell’Insubria, augurandosene la trasposizione dentro la Varese contemporanea. Con questo significato: se vogliamo che la città progredisca/s’ammoderni, bisogna che al verticalismo succeda l’orizzontalismo. Ovvero che ciascuno esca dal cono della sua appartenenza professionale, del suo marchio sociale, dei suoi interessi personali e dialoghi col resto della compagine urbana. Mettere a confronto saperi ed esperienze per crearne di nuovi e nuove.

È il principio che ha mosso la “Lettera alla città”. Una dichiarazione d’intenti che ora dovrà scendere dall’alto al basso, dai princìpi alle pratiche, dall’astratto al concreto. Cercansi interlocutori per mettere in navigazione, e sulla rotta giusta, l’Arca di Noè del terzo millennio. La nostra piccola e benvoluta arca, a bordo della quale alcuni marinai scelti alle passate amministrative sarebbe bene che sgomitassero ai remi invece che sgomitare col buonsenso. Sono stati votati per prendere il largo, non per mettere alle strette il sindaco.

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