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Cultura

LE ABSIDI, I MESI

PAOLA VIOTTO - 14/07/2017

 

Cosa ci fa all’interno di una chiesa l’immagine affrescata di un contadino che miete il grano, o che vendemmia, o che raccoglie le castagne? È una domanda che si facevano spesso gli incaricati che San Carlo Borromeo inviava nelle parrocchie della Diocesi di Milano per visitare anche le parrocchie più sperdute. Nella parte bassa delle absidi, infatti, gli affreschi con la rappresentazione dei lavori dei Mesi erano molto frequenti. Un po’ sconcertati e un po’ scandalizzati, di fronte a soggetti che ritenevano più adatti ad un palazzo che a un edificio sacro, i visitatori cinquecenteschi ordinarono quasi sempre di cancellarli ricoprendoli con una mano di bianco. Per questo motivo pochi sono giunti fino a noi, in genere grazie a restauri relativamente recenti.

Quella che nel Cinquecento pareva una bizzarria incomprensibile era in realtà una tradizione medievale , con salde basi nella teologia cristiana. Appoggiandosi al testo del Vangelo i lavori che si susseguono nell’anno agricolo erano letti come metafora della vita del fedele e del suo cammino verso la salvezza. Venivano così esaltati il senso sacro del tempo e il valore positivo del lavoro, introducendo nello spazio della chiesa la concretezza della vita quotidiana

La presenza di cicli dei Mesi nel nostro territorio è documentata già in epoca romanica, nella chiesetta di Aga sopra Casalzuigno, e a Jerago in san Giacomo al Castello dove restano solo labili tracce, In San michele a Gornate Olona i Mesi sono raffigurati su un velario, cioè una finta tenda dipinta che faceva da base alla complessa decorazione dell’abside. Questa culmina in alto con la figura del Redentore nel catino absidale, mostrando così Cristo come signore del mondo e del tempo. Le figure erano realizzate come semplici disegni color ocra rossiccio sullo sfondo bianco. Ben leggibile rimane la figura di Gennaio, rappresentato come un uomo con due volti, ricordo del Giano bifronte degli antichi romani

Nelle chiese rurali l’uso di rappresentare i Mesi dura a lungo soprattutto nelle vallate alpine, dove troviamo ancora esempi all’inizio del Cinquecento. Normalmente queste nsono collocati nell’abside ai piedi dei dodici Apostoli ma talvolta li troviamo sulle pareti laterali della navata, cioè nella zona destinata ai fedeli, a far da base a cicli narrativi o a semplici immagini votive. Ormai si diffondono rappresentazioni complesse a colori vivaci, ricche di particolari narrativi, che riflettono pratiche agricole e artigianali locali. Per Gennaio si raffigura un uomo intento a mangiare mentre si scalda davanti al fuoco e gode dei frutti di un intero anno di lavoro, così come possiamo vedere a Maccagno e a Viconago. Febbraio presenta la lavorazione della vigna, con la potatura delle viti o la preparazione dei paletti di sostegno. I mesi successivi mostrano invece una connotazione simbolica: Marzo il vento che soffia, Aprile l’esplodere della primavera con i suoi fiori. Maggio, con la cavalcata del signore, è l’unico mese che apre uno spiraglio sulla vita cortese, ma da Giugno si ritorna al ciclo dell’anno agrario.

Qui le differenze locali si fanno più evidenti: le zone di montagna introducono ad esempio la falciatura dei prati, operazione fondamentale per l’allevamento alpino, oppure spostano la mietitura al mese di luglio, come richiesto dalle condizioni climatiche. Grande attenzione viene riservata alla raccolta delle castagne, base dell’alimentazione povera, descritta con abbondanza di dettagli realistici. Settembre è però per tutti il mese della preparazione delle botti in attesa della vendemmia, e tra Novembre e Dicembre si compie il rito dell’uccisione del maiale, la cui carne conservata avrebbe dato un contributo determinante alla sopravvivenza invernale delle famiglie contadine.

Specialista di questo genere di cicli era la bottega di Antonio da Tradate, pittore abitante a Locarno e attivo tra Quattrocento e Cinquecento soprattutto nella parte settentrionale del Lago Maggiore. Oltre ai molti esempi ticinesi (meritano una visita almeno Ronco sopra Ascona, Mesocco, e Palagnedra) si possono vedere alcune sue superstiti scene di Mesi nel già citato Sant’Antonio a Maccagno Superiore.. Sono invece opera dell’enigmatico Guglielmo da Montegrino i quadretti in San Giorgio di Brissago Valtravaglia, dove sul muro di fondo dell’abside antica, sotto la scena della Crocefissione, rimangono Maggio,Giugno, Luglio, Agosto e Settembre, vivaci testimonianza delle pratiche agricole di un tempo.

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