Widgetized Section

Go to Admin » Appearance » Widgets » and move Gabfire Widget: Social into that MastheadOverlay zone

Cultura

UOMO E NATURA IN EQUILIBRIO

LIVIO GHIRINGHELLI - 21/07/2017

uomonaturaCi troviamo sempre più consapevoli del fatto che tra degrado ambientale, povertà, disgregazione sociale e violazione dei diritti umani intercorre un’interazione cumulativa e destabilizzante. Le relazioni sociali e ambientali infatti si influenzano reciprocamente.

L’equilibrio umano e quello naturale sono interdipendenti. Con tutta evidenza alla gestione dei suoli si impone il compito di preservare e rivitalizzare le terre in funzione strategica.

La nuova Agenda per lo sviluppo, approvata dall’ONU nel 2015 e incentrata su 17 obiettivi, specificati ulteriormente in 169 traguardi puntuali, traccia la rotta fino al 2030.

In primis lo scopo è di sradicare la povertà estrema, ovunque e in tutte le sue forme. Seguono tra le finalità il porre fine alla fame, il realizzare condizioni di vita sana, l’assicurare a tutti un’istruzione di qualità, equa e inclusiva, il realizzare l’uguaglianza di genere, l’assicurare la disponibilità e la gestione sostenibile delle risorse idriche, l’assicurare la disponibilità di energia sostenibile, sicura, moderna e a prezzi accessibili, il promuovere una crescita economica sostenuta, inclusiva, il pieno impiego produttivo e il lavoro dignitoso per tutti, il costruire infrastrutture resilienti, il ridurre la disuguaglianza tra le nazioni e al loro interno, il costruire città e insediamenti umani inclusivi, sicuri, resilienti e sostenibili, l’intraprendere con urgenza azioni per contrastare i cambiamenti climatici, il promuovere modelli di produzione e consumo sostenibili, il preservare e utilizzare in modo sostenibile gli oceani, i mari e le risorse che contengono, il proteggere e ripristinare gli ecosisemi terrestri, il promuovere società pacifiche e inclusive, il rafforzare i mezzi di attuazione del partenariato globale per lo sviluppo sostenibile, rivitalizzandolo.

Quattro degli obiettivi si riferiscono direttamente alla salute della biosfera. Il monitoraggio deve essere rigoroso tramite indicatori quantitativi. Si tratta di un piano che si allarga ben oltre la sfera dell’aiuto ai più poveri sulla linea di continuità sviluppo (l’insieme dei veri bisogni dell’essere umano)- ambiente-diritti umani- pace e stabilità.

Di fronte sta un mercato tradizionale solo attento a valori di accumulo materiale, la distruzione della biodiversità, i gas serra, nove sui dieci anni più caldi registrati dal 1879 intervenuti dopo il 2003 : oltre la soglia di sicurezza di 2°C il riscaldamento entrerebbe in fase di autoalimentazione, onde l’imperativo di ridurre le emissioni dei gas di un consistente 8-10% annuo, pena l’uscita fuori controllo dei cicli cumulativi insiti al sistema biofisico terrestre.

Prenderebbe velocità il ciclo di scioglimento del permafrost, che libera metano. 78 sono i conflitti correnti ravvisati come concausa dei cambiamenti climatici. Si concentrano soprattutto nella fascia tropicale o arida. E il degrado della natura mina alla base la coesione e la stabilità delle comunità rurali meno solide, provocando movimenti forzati di popolazioni.

Lo scenario biofisico, che si configura negli oltre 4°C determinerebbe una vera e propria estinzione di massa (aumento del livello degli oceani, alternanze di siccità e alluvioni sulle aree continentali ecc.). Problemi basilari sono quelli attinenti all’acqua, ai terreni abitabili e coltivabili e al cibo.

Una risposta umana sensata alla conflittualità endemica che si scatenerebbe non potrebbe che essere multinazionale, cooperativa e concertata. I poveri detengono la sovranità su territori di estensioni vastissime, che sono parte essenziale della soluzione e preda al contempo del nuovo imperialismo economico.

Le emissioni riguardanti i suoli costituiscono circa il 25 % del totale e il loro degradare rende incapaci di supportare un vasto ventaglio di servizi ecosistemici essenziali per la stabilità umana.

Negli ultimi 150 anni l’alterazione delle terre emerse con relativa sterilizzazione è preoccupante rispetto al passato. Si perdono circa 12 milioni di ettari all’anno. Restando la situazione attuale abbandoneremo i pochi spazi di natura vergine che ci rimangono. Il nostro approccio al terreno non può rimanere eminentemente industriale, pena la devitalizzazione. Comunque ampie distese degradate possono essere recuperate anche a basso costo: la maggior parte dei terreni comporterebbe un investimento pari a 200 dollari all’ettaro. Una serie di energie di fondamentale importanza potrebbe pure essere sviluppata dalla piccola agricoltura familiare.

Facebooktwittergoogle_plusredditpinterestlinkedinmail

You must be logged in to post a comment Login