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Presente storico

L’ANNO DEI MARIUOLI

ENZO R. LAFORGIA - 03/11/2017

capaciIl 25 dicembre del 1991, Michail Gorbačëv si dimise da presidente dell’Unione sovietica. La sera dello stesso giorno, alle 18:35, fu ammainata dal Cremlino la bandiera rossa e fu innalzato il tricolore della nuova Russia. Nei due anni precedenti avevamo visto crollare, uno dopo l’altro, i regimi comunisti in Polonia, Ungheria, Cecoslovacchia, Bulgaria, Romania, Albania. Mentre si sgretolava poco a poco l’intero impero sovietico.

Tre giorni dopo la caduta del muro di Berlino, il 12 novembre del 1989, il segretario del Partito comunista italiano, Achille Occhetto, di fronte ai militanti della sezione della Bolognina, nel capoluogo emiliano, annunciò che di lì a poco anche per loro vi sarebbero stati «grandi cambiamenti».

Insomma, ci avvicinavamo al 1992 decisamente frastornati. Il mondo, così come l’avevamo conosciuto dal secondo dopoguerra, stava cambiando e stava cambiando decisamente troppo in fretta.

Lo stesso pontefice Giovanni Paolo II, parlando all’Assemblea generale delle Nazioni unite il 5 ottobre del 1995, dichiarò che «alle soglie di un nuovo millennio siamo testimoni di una straordinaria e globale accelerazione di quella ricerca di libertà che è una delle grandi dinamiche della storia dell’uomo». Scivolando un po’ troppo nella facile retorica, celebrò le «rivoluzioni non violente del 1989» e prefigurò un mondo avviatosi finalmente verso la pacificazione, in una conciliante visione familistica. In realtà, a quella data, eravamo già storditi dalle guerre esplose nei Balcani e assistevamo impotenti e in diretta televisiva alle carneficine e ai massacri che si svolgevano a poche miglia dalle nostre coste, mentre appena un anno prima, nell’estate del 1994, in Ruanda si era consumato uno dei genocidi più brutali della storia dell’umanità.

Insomma, nei primi anni Novanta eravamo passati tutti dall’esaltazione alla depressione. Nel 1992, sui giornali si dibatteva intorno alle tesi che Francis Fukuyama, un economista, aveva sostenuto nel suo saggio La fine della storia e l’ultimo uomo. Appena pubblicato, era stato tradotto in oltre 20 lingue: la fine del comunismo reale era lì a dimostrare che l’unica forma possibile di organizzazione della società politica dovesse essere quella della democrazia liberale.

Il 1992 fu anche l’anno in cui Ian Murdock lanciò il sistema operativo libero e gratuito GNU/Linux Debian; l’anno in cui l’Ibm presentò il primo smartphone; l’anno in cui Neil Papwort inviò il primo Sms. Il 1992 fu l’anno in cui in Sud Africa tramontò il regime di apartheid. Fu anche l’anno in cui, forse nell’entusiasmo del momento, la Chiesa cattolica riabilitò Galileo Galilei. Dopo 359 anni, 4 mesi e 9 giorni dalla condanna.

E tutto questo, mentre la Vijećnica, il palazzo che a Sarajevo ospitava la biblioteca nazionale, veniva dato alle fiamme. Noi, sempre più frastornati, assistevamo al rogo di 1milione e mezzo di libri e di oltre 155mila manoscritti e opere rare.

In Italia, poi, il passaggio dalla speranza alla disillusione fu forse ancora più traumatico.

Il 1992 si era aperto con l’arresto di un «mariuolo», Mario Chiesa, il 17 febbraio. Era stato preso con le mani nel sacco, come si dice, mentre cioè stava intascando una tangente di 7 milioni di vecchie lire. Qualche giorno prima, il 30 gennaio, la Corte di Cassazione aveva confermato le condanne stabilite nel corso del cosiddetto maxiprocesso di Palermo per crimini di mafia: su 474 imputati, 360 furono i condannati; 19 furono gli ergastoli e le pene detentive ammontarono ad un totale di 2.665 anni di reclusione. A marzo, Gabriele Salvatores ottenne l’Oscar per il suo Mediterraneo.

Anche a Varese i «mariuoli» non mancarono e sembrava che, tra una fuga e l’altra, tra una battuta di pesca ed ridicolo tentativo di latitanza, i magistrati li pizzicassero davvero tutti.

Nei mesi successivi, ciò che avevamo sempre saputo, veniva finalmente a galla: la politica si era insinuata in ogni piega della società e dello Stato, dando vita ad un gigantesco sistema di corruzione. Gli imprenditori, complici, quando non avevano più trovato il sistema vantaggioso, iniziarono a denunciarlo.

Ricordo che mentre andavo al lavoro, sull’autobus i viaggiatori commentavano con una punta di sadismo l’aggiornamento quotidiano degli avvisi di garanzia, che, nel furore rabbioso della massa, rappresentava già una condanna senza appello. E mentre l’intera storia politica della nostra Repubblica veniva ricoperta di fango, si respirava veramente la speranza in un cambiamento. Agli italiani, sempre in cerca di un salvatore della Patria, in quel momento sembrò che i magistrati potessero supplire ad una funzione che non era la loro: far cadere i governi e orientare l’opinione pubblica.

Come andò a finire, lo sapete tutti. Ancora oggi ci troviamo a dover fare i conti con le canaglie di allora, sempre e di nuovo indagati per associazione a delinquere e corruzione. I nuovi pescecani sono diventati più scaltri ed il sistema mafioso, certo più colto ed istruito dei vecchi boss, ha fatto scuola. Le “cupole” sono un po’ dappertutto e pare che continuino a controllare, come sa bene la Lombardia e Varese, ogni settore della vita pubblica dove ci sia da lucrare.

Ma la speranza, in quel 1992, andò letteralmente in pezzi in primavera e in estate. Quando il 23 maggio apprendemmo della strage di Capaci. Quando il 19 luglio apprendemmo della strage di via D’Amelio. Sembrò allora, nello sconcerto generale, che nulla forse sarebbe mai cambiato.

Giovedì 9 novembre alla Biblioteca civica di via Sacco a Varese (ore 18) verrà presentato il libro di Aaron Pettinari “Quel terribile ’92, venticinque voci per raccontare l’anno che cambiò la storia”. Interverranno con l’autore Enzo R. Laforgia, presidente dell’Istituto varesino “Luigi Ambrosoli” e Michele Mancino, vicedirettore di Varesenews.

 

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