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Attualità

FACCIA DA MILAN

CESARE CHIERICATI - 01/12/2017

gattusoQuesto è un pezzo di parte, di parte milanista, quella da alcuni anni costretta in un limbo indistinto al confine tra il crepuscolo pallonaro di Berlusconi e l’incerta alba cinese. Perché le attuali magre rossonere sono figlie dell’una e dell’altra cosa. Manca la squadra e in misura ancor più determinante manca la società. Per ora è un’indistinta nebulosa con un patron invisibile, risorse chiacchierate rigorosamente a debito, due manager, Fassone e Mirabelli, che col Milan e la sua storia c’entrano poco o nulla. Due facce da Inter come avrebbe detto Enzo Jannacci e in effetti da quella sponda provengono.

Non era una faccia da Milan neppure Vincenzo Montella, bello e di gentile aspetto, sacrificato sull’altare di una classifica troppo magra in rapporto agli investimenti fatti questa estate e credo anche per aver puntato su un gioco discretamente esangue, un titic e titoc a volte esasperante privo di verticalizzazioni, una ragnatela di passaggi partendo sempre da dietro, mai un contropiede pur disponendo di uomini veloci e tecnici come Suso e André Silva. Lo stesso Donnaruma, il gigantesco talento trattenuto a colpi di milioni, costretto a non rinviare mai velocemente sul compagno pronto a ripartire al termine di un affondo degli avversari. Insomma un calcio ruminato quello di Montella figlio di un equivoco tecnico tattico che Fabio Capello ha messo in evidenza commentando alla TSI l’ultimo turno di Champions. Ha parlato, il pluridecorato allenatore friulano, di un virus barcellonese che affligge il calcio italiano dove tutti, dagli oratori alla Serie A, mostrano di avere ormai un solo credo: portar palla e attaccare a tutti i costi girando di fatto le spalle alla nostra tradizione fondata sull’equilibrio tra i reparti, la solidità difensiva e una discreta velocità. “Straordinario il gioco del Barcellona, soprattutto di quello targato Guardiola – ha aggiunto il mister – a patto di avere a disposizione grandi talenti super dotati tecnicamente”.

E questo non è il caso del Milan attuale in declino da quando in contemporanea furono ceduti Ibrahimovic e Thiago Silva. Si chiusero con quel colpo di mercato all’incontrario quasi tre decenni di strepitosi successi propiziati dalla munifica presidenza berlusconiana. Iniziò da quelle vendite e dall’inevitabile tramonto di alcuni campioni (Seedorf, Ambrosini, Gattuso) il ridimensionamento di un Milan ridotto a rincorrere scoloriti atleti a parametro zero mentre un altro maestro, Andrea Pirlo, per una banale controversia di contratto, approdava alla Juve seminando fosforo calcistico come da più di un decennio non accadeva nel salotto buono della Vecchia Signora. E come se non bastasse l’anno dopo Berlusconi ordinò a Galliani di rinunciare a Tevez, centravanti argentino di rara forza offensiva, col quale già era stato firmato il contratto. Particolare non ininfluente sulla decisione: Pato era allora sentimentalmente legato alla sua figlia minore Barbara. Tevez, manco a dirlo, trovò asilo calcistico in casa Juve dove prendeva sempre più quota in veste di dirigente il varesino di Avigno Beppe Marotta. Per tacere dei vivai giovanili sui quali si era smesso di investire adeguatamente. E poi l’illusione Balotelli, le magagne di El Shaarawy prematuramente ceduto alla Roma, il mancato riconoscimento di buoni talenti casalinghi come Verdi (Bologna) e Cristante (Atalanta). Insomma gli attuali chiari di luna hanno un cuore antico, sono il frutto amaro di uno smantellamento sotto traccia mai ufficialmente ammesso che ha divorato in sequenza anche Inzaghi, Seedorf e Brocchi nella prematura veste di allenatori, tre protagonisti del Milan che vinceva quasi sempre in Italia e all’estero.

Il duo “interista” Fassone – Mirabelli ha tentato il colpo di bacchetta magica cambiando tutti gli attori in scena. Per ora è andata male. L’ultimo cambio ha messo in sella Gennaro Ivan Gattuso, calabrese di Gallarate, cuore e grinta da vendere come tutti ben sanno. Di sicuro non basterà a fare del Milan attuale una grande squadra, ma una faccia da Milan in panchina restituisce un’identità da troppo tempo offuscata.

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