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Parole

FORZA PACIFICA

MARGHERITA GIROMINI - 15/12/2017

Il blitz dei naziskin a Como

Il blitz dei naziskin a Como

Como, 30 novembre. Le parole dei naziskin veneti, che escono dal proclama letto ad alta voce da giovanotti in piedi a gambe larghe, stivaloni, postura alla Mussolini, teste rasate e facce tristemente uguali, urtano contro il silenzio dei presenti, rappresentanti delle dieci associazioni di volontariato confluite nella rete comasca di supporto agli immigrati ammassati al confine con la Svizzera.

Una scena da film: c’è paura sui volti dei presenti in sala, si legge lo sgomento di essere, proprio loro, l’oggetto del blitz di un gruppo di individui che pacifisti non sono, per loro stessa ammissione.

Riguardo il video e mi coglie l’ansia. Non posso paragonarla a quella dei volontari comaschi, per fortuna non ero io seduta nel semicerchio formato dai giovani nazi.

Ammiro la capacità di non reagire alla violenza di un atto intimidatorio come quello, compiuto da individui che vogliono esercitare la violenza ad ogni costo esibendo disprezzo per la viltà di coloro che non reagiscono.

Esemplari nel restare in ascolto del portavoce che legge un volantino delirante in cui si accusa la rete pro immigrati di voler praticare la “sostituzione” del popolo europeo con alcuni “non popoli”. Stupefacente, per me, che si lascino denigrare per l’assistenza che prestano ai migranti, che consentano loro di definirli “soloni dell’immigrazionismo a ogni costo”, “figli di una patria non più amata”.

Incredibile che abbiano concesso ai “nazi” di restare lì a leggere fino all’ultima riga un testo che si conclude con l’invito a continuare pure “a rovinare la patria e le nostre città”.

I giovani del sedicente gruppo veneto non usano la parola fascismo, non inneggiano al Duce o al Führer, stanno ben attenti a non infrangere i divieti delle leggi italiane, però insultano i migranti, esaltano la propria razza, mescolano di continuo le parole d’ordine della xenofobia, chiamano a raccolta il ”popolo” di fronte al disastro dell’incalzante invasione.

Non gridano, non urlano, non esercitano violenza fisica, non minacciano nemmeno apertamente.

Né spaccano nasi come a Ostia.

Ma la forza pacifica con la quale i volontari decidono, all’unisono, di non reagire alla provocazione, è stata disarmante: la migliore risposta alla prevaricazione squadrista in un interno da scena surreale.
Io invece … quasi di sicuro avrei sbagliato tattica, o strategia.

Avrei risposto con altre parole, li avrei interrotti, avrei insistito nel pretendere il rispetto delle regole del vivere civile; li avrei richiamati alla necessità di studiare la storia, anzi, la Storia, così da poter conoscere le nefandezze del sistema di valori a cui fanno riferimento.

Così mi ero comportata, tempo addietro, con un giovane fanatico del fascismo a cui avevo replicato che la Storia i fascisti li aveva già condannati, esiliati, superati. Non so con quale effetto, anche se ho motivo, ora, per credere di essere riuscita solo a fomentare un ulteriore rigetto delle mie ragioni.

Davanti al video di Como mi è tornato alla mente un episodio legato alla vita di Freud, raccontato dal suo biografo Ernst Jones. Nel corso di una conferenza lo psicanalista fu ripetutamente interrotto da un rumoroso contestatore che poi venne allontanato dalla sala ma che, dall’atrio del palazzo, continuò a urlare il proprio dissenso. Freud chiese che lo si facesse rientrare: gli offrì l’opportunità di salire subito sul palco da dove poteva esternare le motivazioni della propria contrarietà. Freud chiarì che l’etica della psicoanalisi prevede di dare la parola, sempre, per includere, per ascoltare l’Altro anche quando disturba. Perché ascoltare l’Altro che disturba significa praticare una faticosa inclusione che non cede nella tentazione del rigetto violento del dissenso.

Una serata memorabile nonostante la durezza dell’avvenimento.

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