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Economia

FARSI DEL MALE

GIANFRANCO FABI - 18/01/2018

pensioniIl tema delle pensioni, un tema particolarmente sentito a livello popolare, è entrato di forza tra i temi principali della campagna elettorale. Soprattutto grazie al leader della Lega, Matteo Salvini, che ha fatto dell’abrogazione della legge Fornero un proprio punto d’onore, e del leader dei Cinquestelle, Luigi Di Maio, che ha proposto un drastico taglio alle pensioni d’oro per finanziare il reddito di cittadinanza per tutti.

Due posizioni che ovviamente possono colpire perché ammantate di giustizialismo, di restituzione di diritti negati, di apertura sociale. Due posizioni che se analizzate nei loro effetti si possono però definire un boomerang, un autogol, un esempio luminoso della volontà di farsi del male da soli.

Vediamo allora alcuni particolari di queste proposte. La legge Fornero innanzitutto. Approvata nell’autunno del 2011 nell’ambito delle misure per affrontare la più grave crisi finanziaria del dopoguerra, la legge proposta dall’allora ministro del Welfare, Elsa Fornero, ha agito su due punti particolari: ha alzato da due a cinque anni l’età pensionabile agganciandola direttamente all’aumento della speranza di vita e ha esteso a tutti i nuovi pensionati il metodo contributivo per il calcolo delle rendite. Queste due misure hanno portato non tanto ad una riduzione immediata della spesa pubblica, quanto a risparmi crescenti con l’andare degli anni in modo da rendere sostenibili gli impegni pensionistici dello Stato. Per il 2018 il risparmio generato dalla legge va dai 15 ai 20 miliardi, somma che graverebbe sul bilancio dello Stato se il provvedimento venisse puramente e semplicemente abolito. Si avrebbe infatti il passaggio di un numero elevato di persone dalla condizione di lavoratore a quella di pensionato il che farebbe sensibilmente diminuire i contributi versati all’Inps e nello stesso tempo aumentare il numero delle pensioni da pagare. Con effetti progressivamente più pesanti di anno in anno.

Certo la legge Fornero ha avuto anche risvolti problematici. Ma si deve a questo punto ricordare che dal 2011 ad oggi sono stati approvati ben otto provvedimenti di salvaguardia che hanno interessato quelli che erano stati chiamati “esodati”, cioè coloro che si erano ritrovati per effetto dell’innalzamento dell’età pensionabile senza lavoro e senza pensione. E a sei anni di distanza si può tranquillamente affermare che di veri esodati non ne esistono più.

Ma i 20 miliardi non sarebbero i soli maggiori oneri per lo Stato. È del tutto probabile che una manovra di questo tipo metterebbe in allarme i mercati finanziari con un inevitabile aumento dei tassi di interesse sui titoli del debito pubblico, così come era avvenuto nell’estate del 2011.

È del tutto inconsistente poi l’ipotesi che un massiccio pensionamento di lavoratori più o meno anziani possa facilitare l’assunzione dei giovani. Anzi. Le esigenze di ristrutturazione delle imprese metterebbe a rischio anche molti altri posti di lavoro senza dimenticare che già ora il problema della disoccupazione giovanile è legato soprattutto alla mancanza di competenze necessarie a rispondere alle attuali domande di impiego.

Così come l’abrogazione della legge Fornero anche un eventuale taglio alle pensioni più alte, minacciato dai 5 Stelle, si rivelerebbe un autogol. Il perché è presto detto: i pensionati sono tra i maggiori contribuenti dato che lo scorso anno su di una spesa previdenziale di poco superiore ai 200 miliardi almeno 50 sono ritornati allo Stato sotto forma di Irpef e altre tasse. E queste tasse sono già ora essenziali per finanziare il sistema pensionistico. Perché se è vero che ci sono 16,1 milioni di pensionati è altrettanto vero che oltre il 51% sono totalmente o parzialmente assistiti dalla fiscalità generale, cioè da tutti i contribuenti, attraverso le pensioni sociali, gli assegni sociali, l’invalidità, l’accompagnamento, le pensioni di guerra, le maggiorazioni sociali, le integrazioni al minimo, le14esime mensilità, la social card e da quest’anno anche il reddito di inserimento (Rei). Tutte misure positive mirate a sostenere i cittadini veramente bisognosi mentre del tutto incerti sono i destinatari del vagheggiato reddito di cittadinanza.

Quindi abolire le pensioni più alte, che sono tali perché i titolari (tranne qualche ben individuabile eccezione) hanno pagato alti contributi durante la loro vita lavorativa, non solo sarebbe un atto giustificabile solo dall’invidia sociale, ma equivarrebbe a tagliare il ramo su cui si è seduti.

Per concludere: il sistema pensionistico va maneggiato con cura. Usarlo come una clava nella campagna elettorale può forse procurare qualche voto, ma non è certo utile a dare una visione costruttiva del futuro del paese.

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