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Presente storico

PERICOLO IMMAGINARIO

ENZO R. LAFORGIA - 26/01/2018

negozioNell’autunno del 1944, quando ancora la guerra imperversava in Europa, Jean-Paul Sartre (1905-1980) andava componendo le sue Riflessioni sulla questione ebraica. Il testo fu poi parzialmente pubblicato nel 1945 su «Temps Modernes» ed infine vide la luce, integralmente, nel 1946.

Al centro dell’attenzione del suo autore non è la questione della distruzione del popolo ebraico. Ma è evidente che, tra il 1944 ed il 1946, tale questione non poteva essere centrale. Del resto, per la cultura antifascista, in quegli anni il simbolo della barbarie nazista non era rappresentato da Auschwitz, quanto invece da Buchenwald, luogo cui erano destinati inizialmente i deportati politici.

Per Sartre, l’antisemitismo non è un’opinione, non è, cioè, uno di quei pensieri protetti dal diritto di poter esprimere liberamente una opinione. È invece una «passione», che prescinde dalla esperienza che si può avere o meno del suo oggetto (dell’ebreo). Va detto che questo testo non godette di grande fortuna, soprattutto tra gli intellettuali ebrei. Non era facile accettare l’interpretazione del filosofo francese secondo il quale «è l’antisemita che fa l’ebreo» e cioè: «se l’ebreo non esistesse, l’antisemita lo inventerebbe».

Eppure, rileggendo oggi questo testo, ci appaiono più chiare e nitide le ragioni che spingono gli imprenditori politici della paura ad alimentare un sentimento razzista rivolto contro un nemico immaginario. E forse la riflessione sartriana ci aiuta a capire come mai certe paure irrazionali, contro le quali sembra impotente qualunque riferimento a dati di realtà, attecchiscano così facilmente nella coscienza e nell’immaginario collettivi.

L’antisemita, scrive Sartre, coltiva e alimenta questo suo stato passionale, perché «ha nostalgia dell’impermeabilità»: ha paura della condizione di apertura verso verità probabili, cui conduce il ragionamento; è attratto, al contrario, dalla «fissità della pietra»:

«L’uomo sensato cerca con pena, sa che i suoi ragionamenti sono soltanto probabili, che altre considerazioni subentreranno a metterli in dubbio; non sa mai esattamente dove sta andando; è “aperto”, può apparire esitante. Alcuni sono invece attratti dalla fissità della pietra. Vogliono essere solidi e impenetrabili, non vogliono cambiare: dove li condurrebbe mai un cambiamento?»

Per questo, l’antisemita di cui parla Sartre ha scelto l’odio come una fede, preferendo restare impermeabile ai ragionamenti e all’esperienza. L’affermazione del suo odio gli consente di sentirsi titolare di una tradizione astorica, ancestrale, di considerarsi parte di una élite simile ad una aristocrazia di nascita. L’antisemita ha bisogno dell’ebreo, di un nemico da distruggere, per sentirsi superiore. Ciò gli dà la possibilità di fondersi in un gruppo. Il gruppo che invoca e in cui si riconosce non è quello della moderna società organizzata, fondata sul principio di responsabilità, quanto invece quello della folla, che insorge in occasione di uno scandalo o di un linciaggio: evoca una atmosfera da pogrom, una comunità primitiva, il cui legame sociale è dato dalla collera.

Scaricare sulle spalle dell’ebreo il male (tutto il male) del mondo, consente all’antisemita di non doversi sentire responsabile. L’antisemitismo, in fondo, non sarebbe altro che una forma di manicheismo: una volta soppresso il male (cioè l’ebreo), il mondo ritornerebbe ad essere armonico.

Tutto sommato, alla fine del primo capitolo delle sue Riflessioni, volto a tracciare un ritratto dell’antisemita, Sartre giunge alla conclusione che «L’antisemitismo, in una parola, è la paura di fronte alla condizione umana».

Oggi è il panico identitario a generare la paura nei confronti di un gruppo sociale altro, rappresentato come una minaccia e spesso disumanizzato. È alimentato non da fatti (che sembrano avere sempre meno rilevanza, nella formazione di una pubblica opinione), ma da sentimenti irrazionali, diventati materia prima dei partiti post-ideologici, in mano a imprenditori politici della paura, che perseguono interessi privati.

Forse ha davvero ragione Sartre: «se l’ebreo non esistesse, l’antisemita lo inventerebbe». Oggi, parafrasando queste parole, potremmo anche noi affermare che è il razzista che costruisce l’oggetto del suo odio. Del resto, se non sventolassero la minaccia dell’invasione, della minaccia alla nostra presunta identità razziale, di cosa parlerebbero molti uomini politici?

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