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Società

NOTIZIA E CORAGGIO

LUISA NEGRI - 09/02/2018

Una sequenza dal film The Post

Una sequenza dal film The Post

Katharine Meyer è figlia d’arte.

La madre, Agnes Ernst, è stata una delle prime giornaliste donna e un’attivista politica, in amicizia con celebrità e esponenti del mondo della cultura: come Auguste Rodin, Marie Curie, Thomas Mann, Albert Einstein, Eleanor Roosvelt. Il padre Eugene, finanziere, dal 1933 è l’editore del Washington Post, autorevole giornale diffuso nella costa orientale degli Stati Uniti, in accesa rivalità con il concorrente New York Times.

Dopo la morte del genitore il giornale viene affidato alla figlia e al marito di lei, Philip Graham. Impegnata con la numerosa famiglia, Kataharine non se ne occupa direttamente, finché anche la tragica fine dell’amato Phil (1963) cambia la sua vita. E la sua personale storia le riserverà il compito di prendere decisioni fondamentali nella Storia dell’America, del suo giornale e del giornalismo di tutti i tempi.

Le toccherà di pubblicare nel 1971 i documenti segreti del Pentagono (Pentagon Papers) sulla guerra in Vietnam, destinati a sbugiardare il governo americano: cioè le potenti amministrazioni dei presidenti Kennedy, Johnson e Nixon, e persino un amico per lei caro come Robert McManara, schierato dal 1961 al ’68 come Segretario della Difesa degli Usa, al fianco di chi continuerà a proporre, e sostenere davanti al popolo americano, le false ragioni della necessaria escalation americana in Indocina.

La fragile, materna Katharine, pur combattuta tra dubbi, paura e senso di responsabilità verso la patria e il suo giornale, farà la cosa giusta: dimostrando di avere il coraggio necessario. Quel coraggio che è venuto meno persino al prestigioso New York Times. Avuta tra le mani la possibilità di annunciare -e intraprendere- la pubblicazione dei documenti trafugati, la testata newyorkese ha deciso di sospendere tutto, a seguito dell’ imperiosa intimazione imposta da Nixon.

Sarà proprio il Washington Post, sostenuto dall’assenso meditato e ragionato, infine risoluto di Katharine, a entrare in possesso dei documenti e sfidare il governo. L’editore sostiene e accetta, con malinconica serenità, l’azzardo della possibile denuncia -persino della prigione- e il dolore di dover smentire, in nome della verità, l’amico carissimo Robert, prendendo su di sé il rischio più temuto: mettere nei guai il giornale e il destino di quanti ci lavorano. Né cederà al tentativo di soci, amministratori e legali del Post di desistere per il bene della testata, appena quotata in borsa.

A raccontare il coraggio di Katharine Meyer Graham (1917-2001) nel film “The Post” è Stiven Spielberg. Gli va il merito d’aver diretto un’opera di alto livello artistico, dedicata al tema della libertà di stampa, proprio nel momento in cui il ruolo della stessa viene contestato e maltrattato: ovunque, ma soprattutto là dove dovrebbe essere riguardata come fondamentale cardine della democrazia.

La parola emozione sembra essere diventata inutile e svilita, spesso invocata per esaltare situazioni banali e fluttuanti, come spugne sfibrate nella superficialità liquida dell’oggi. Ma questa volta, è davvero così: “emozionante” sussurra un’anziana signora nel buio della sala, mentre scorrono i titoli di coda.

È vero, l’emozione corre nel film dall’inizio fino alla fine: quando la rotativa del Post, avuto il definitivo consenso dell’editore e del direttore finalmente parte. E avvia magnifica la sua corsa senza possibilità di ritorno, dopo l’irripetibile notte di lavoro e scrittura febbrile, per portare all’America, e al mondo intero, le sue copie ancora odorose di inchiostro con le prove della menzogna annunciata.

Il film è magistralmente interpretato dai due protagonisti, Maryl Streep e Tom Hanks, nei panni dell’editore Graham e del direttore Ben Bradlee.

La Streep ha cucito su di sé un personaggio indimenticabile, che non nasconde fragilità e timori, soprattutto quella di un’età anagrafica che richiederebbe tranquillità e affetti domestici.

E Spielberg ha reso, da par suo, un omaggio fondamentale a un grande editore -una donna- e a una squadra di cronisti bravi e caparbi, capitanata da un direttore abile e determinato: ma soprattutto lo ha reso al Giornalismo, quello che ancora vive nel cuore di chi lo esercita con passione e sincerità.

Ce ne sono sempre stati. Molti lo hanno dimostrato anche tra noi con la forza e il coraggio estremo. Senza voler tornare ai tempi bui ed eroici di Tobagi, Casalegno o Montanelli, pensiamo all’impegno quotidiano di tanti operatori della comunicazione, uomini e donne che con le loro parole costruiscono la verità.

Sono giornalisti che amano il loro giornale e quel loro lavoro. Perché ogni giorno, ogni notte, nasce un giornale nuovo, che sembra fatto di niente -di attesa e di tensione, di fervore e rabbia, di pazienza e rincorsa verso la notizia e il tempo- e che pure a ogni alba vede la luce: per portare alla gente il pane della verità.

Sono giornalisti che frequentano per lavoro i protagonisti del potere, ma che, se sono donne e uomini liberi, sanno dire di no. Perché sono convinti, come dichiara la giusta sentenza della Corte davanti alla quale Katharine e il suo direttore vengono chiamati a rispondere per la pubblicazione dei documenti riservati, che “compito del giornalismo non è mai di servire i governanti, ma i governati”.

Nel ’74 l’indagine sul caso Watergate, di nuovo condotta da due volonterosi giornalisti del Washington Post, Bob Woodward e Carl Bernstein, portò alle dimissioni del presidente Nixon.

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