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Attualità

LAVORO, TECNOLOGIE, ANZIANI

GIANFRANCO FABI - 23/03/2018

anzianoSembra di vivere su di un altro mondo. Nel grande dibattito che in queste settimane avvolge l’Italia sembrano lontani, sparsi nell’universo, i veri problemi che una società in profondo cambiamento deve affrontare. Si parla di alleanze tattiche, di compromessi sulle alte cariche, di accordi bizantini per formare un governo, di nuove elezioni come (illusorio) passaggio risolutore.

Intanto, per fortuna, l’economia va avanti, molte imprese stanno ottenendo buoni successi soprattutto all’esportazione, i mercati finanziari non appaiono particolarmente preoccupati per la difficile evoluzione politica. Eppure proprio la politica resta un elemento fondamentale per affrontare in maniera costruttiva le nuove sfide di una società che sta profondamente cambiando e che sta offrendo nuove ed importanti opportunità di sviluppo.

Ci sono tre aspetti che meritano di essere affrontati abbandonando i vecchi schemi e cercando di valorizzare quando può emergere dal cambiamento.

  1. Il lavoro innanzitutto. Ma il lavoro di oggi, e soprattutto di domani, non è più, in gran parte, quello di una volta. Le imprese si trasformano, le tradizionali attività richiedono nuove competenze, i prodotti sono sempre più personalizzati, le strutture di servizio e di assistenza si integrano nelle altre funzioni aziendali. Tutto questo richiede una sostanziale capacità di formazione e soprattutto i giovani devono confrontarsi con percorsi di apprendimento che superano i tradizionali metodi scolastici.
  2. Strettamente connesso al tema del lavoro c’è quello delle tecnologie. La società di internet, delle comunicazioni digitali, dell’automazione sempre più spinta, sta cambiando progressivamente le nostre abitudini, il nostro modo di informarci, di fare la spesa, di muoverci. Basti pensare a come sono cambiate le comunicazioni, con l’arrivo della posta elettronica, o i metodi di pagamento, con le carte di credito e le transazioni via internet.
  3. E poi c’è la trasformazione sociale che sta avvenendo con la crescita dell’aspettativa di vita da una parte e il calo delle nascite dall’altra. Soprattutto quella italiana, dove entrambi questi fattori sono tra i più alti al mondo, sarà una società sempre più di anziani. Bastano pochi dati per delineare questo fenomeno. Il tasso di natalità si è fermato a 7,8 per mille residenti, segnando nel 2016 un nuovo minimo storico di bambini nati (meno di mezzo milione, metà rispetto a quanti nascevano negli anni ’60). Nel 1991 i giovani fino a 34 anni rappresentavano il 47,1% della popolazione, nel 2017 sono scesi al 34,3%. Gli over 64 superano i 13,5 milioni e sono il 22,3% della popolazione. E le persone con 80 anni e oltre sono aumentate nel decennio di 1,1 milioni e sono complessivamente 4,1 milioni.

Ma una società di anziani non è necessariamente una società “vecchia” tanto che sempre più spesso si usa il termine “longevità”. Così come si è spostata in alto l’asticella della speranza di vita, così, anche grazie alle nuove tecnologie, sono aumentate le possibilità di lavoro, ma soprattutto di impegno all’interno della dimensione economico-sociale. La politica deve aiutare la società ad aprire nuovi spazi, non deve penalizzare chi attraverso il lavoro crea nuova ricchezza, non deve considerare gli anziani solo come un fardello per la spesa sanitaria e previdenziale.

Di tutto questo si parla molto, troppo poco. Forse perché non esistono soluzioni facili, forse perché il consenso non si gioca sulla concretezza della vita quotidiana, forse perché è difficile uscire dai vecchi schemi. Ma sui fronti del lavoro, delle tecnologie, degli anziani non abbiamo solo dei rischi, ma soprattutto delle grandi e nuove opportunità. Ci vorrebbe una grande iniezione di fiducia in un paese in cui tuttavia, come ho già avuto modo di sottolineare, sembrano sempre avere il sopravvento i mai affaticati cultori del malumore.

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