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Cultura

VALCUVIA, VINO E POESIE

SERGIO REDAELLI - 06/04/2018

terragentePoeta, traduttore e narratore finalista al Premio Strega 1997 con il romanzo “La voce della pietra” (Il Saggiatore, 1996), Silvio Raffo si è guadagnato da vivere insegnando italiano, latino e greco al liceo classico Ernesto Cairoli di Varese. E l’articolo dedicato alla poetessa Antonia Pozzi che apre l’edizione 2017 di “Terra e Gente – Appunti e storie di lago e di montagna”, edito dalla Comunità Montana Valli del Verbano con la direzione di Serena Contini, è prima di tutto una lezione di straordinaria chiarezza che l’insegnante Raffo regala a quanti hanno scarsa dimestichezza con endecasillabi e rime.

Della “inquieta e gentile Antonia” morta suicida a ventisei anni, l’autore indaga il delicato rapporto con il paesaggio, le poesie legate a Laveno, Monate e Carnisio, frazione di Cocquio, dove la poetessa dimorava, e componeva, ospite della nonna. Alternando le liriche alle notizie biografiche e alle note di commento, Raffo conduce per mano il lettore-scolaro nel mondo di Antonia. Un universo dai “toni limpidi e vibranti” che rimandano talora ai versi di Emily Bronte mentre altrove risuonano echi di Leopardi e Gozzano. Con la “semplicità in cui si esprime una psicologia di natura complessa, che è forse il più prezioso dei suoi doni”.

Ma non c’è solo Raffo in questa edizione di Terra e Gente che festeggia i venticinque anni della rivista pubblicando gli indici dal XI al XIV volume in un secondo libro. Un quarto di secolo in cui – riflette Serena Contini – “quante storie si sarebbero perse per sempre se studiosi, cultori di storia locale e testimoni dei rumorosi silenzi delle nostre valli non le avessero salvate dall’oblio… pagine scritte per tenere viva la memoria dei luoghi amati… paesaggi sospesi tra la realtà e la favola”. Il merito di tanta costanza va attribuito alla Comunità Montana della Valcuvia, ora Valli del Verbano, che nel 1993 raccolse la sfida di pubblicare un volume all’anno, per puro impegno culturale, con l’aiuto di un efficiente comitato di redazione di cui fanno parte, con la Contini, Francesca Boldrini, Massimo Colosio e altri.

Dopo le rime della Pozzi, ecco lo scoop enologico-letterario di Linda Terziroli che leggendo le carte di Guido Morselli (altro letterato morto suicida, bandito dalle case editrici dopo la guerra per le sue idee politiche), ha scoperto e documentato un aspetto poco noto dello scrittore bolognese, la produzione del vino del Sasso di Gavirate. Un vino fantasma, segnalato negli anni cinquanta nei ristoranti degli angoli più sperduti d’Italia e perfino apprezzato – si diceva – dagli alti prelati della Santa Sede ma di cui si ignorava l’origine. La Terziroli ha rintracciato una bottiglia superstite e ne racconta l’avventurosa storia con documenti e interviste.

Nel numero dei 25 anni non c’è un filo conduttore ma articoli diversi di letteratura, arte, storia e una parte naturalistica curata dai tre docenti dell’università dell’Insubria Adriano Martinoli (zoologia), Bruno Cerabolini (botanica) e Silvio Renesto (paleontologia). Al centro della loro indagine l’evoluzione della “regione insubrica” dal triassico – 230 milioni di anni fa – ai giorni nostri. Voltando pagina, Enzo Laforgia scrive del coinvolgimento di Varese nella macchina propagandistica per la guerra in Etiopia con Mussolini all’apice del consenso popolare e le adunate oceaniche, la raccolta dell’oro, del ferro e del rame da donare alla patria e le iniziative dell’economia autarchica.

Dino Azzalin rivela la lunga e colta conversazione avuta con il critico d’arte Vittorio Sgarbi sulla ricchezza culturale del territorio varesino e sul movimento poetico di Quarta Generazione. Un cartello a cui negli anni cinquanta aderirono Pierpaolo Pasolini, David Maria Turoldo, Maria Luisa Spaziani, Paolo Volponi, Giorgio Soavi, una giovanissima Alda Merini e altri autori, rivisitati attraverso i carteggi tra Luciano Erba, Piero Chiara e Luciano Anceschi. A proposito del romanziere luinese, Francesca Boldrini ripercorre le vicende del casino di Mamarosa, reso famoso da Piero Chiara sulla rivista letteraria Il Caffè e poi nel romanzo “Il piatto piange”. E nel trentennale della morte, Serena Contini ricorda la figura dello scultore Vittorio Tavernari di cui Chiara, sempre lui, pubblicò una cartella d’artista con dieci acqueforti nel 1971 intitolata “Gli amanti”.

Frugando nell’archivio storico della diocesi di Milano, Federico Crimi ha scovato e divulga il progetto per la ricostruzione della chiesa di Santa Maria in Ca’ Deserta a Laveno proposto dall’ingegnere Gioacchino Besozzi nel 1750. La giornalista Debora Ferrari ripercorre la carriera del fotografo Roberto Molinari scomparso nell’aprile scorso approfondendone l’attività di cronaca nei musei, alle inaugurazioni e nelle mostre. La Valcuvia (e la Valtravaglia) svizzera, l’antico fenomeno della emigrazione e la promozione turistica dagli anni trenta al dopoguerra del secolo scorso sono scandagliati rispettivamente da Gianni Pozzi, Pierluigi Piano e Francesco Parnisari.

Emilio Rossi va a curiosare nelle edizioni del mensile di Maccagno “Il Giona” alla fine degli anni Sessanta cercando di individuare le cause che ne determinarono la chiusura. Per la rubrica In punta di penna, Cesi Colli compila la scheda “anagrafica” del paese di Masciago Primo a partire dal regio decreto che ne fissò il nome dopo l’unità d’Italia e infine Franco Rabbiosi ricorda nell’Album Fotografico il reporter milanese Alfredo Canton che, trasferito a Luino nel 1944, documentò con il suo obiettivo le principali manifestazioni sportive.

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