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Opinioni

SPERANZA E DIGNITÀ

ANTONIO MARTINA - 20/04/2018

papaQuesta foto ha fatto il giro del mondo. Siamo a La Paz e il presidente boliviano Evo Morales consegna due regali a papa Bergoglio. Il primo è un medaglione con impresso a sbalzo il simbolo della falce e martello e poi, da un tavolino vicino prende un crocifisso in bronzo, steso sulla testa di un martello, le gambe che appoggiano su una falce. Aggiunge che si tratta di un’onorificenza che ricorda il sacrificio di padre Luis Espinal. Un gesuita sul cui luogo del martirio papa Francesco si ferma a pregare per il sacerdote difensore dei minatori, torturato a morte nel 1980 dal regime militare.

Ma al di là del gesto del presidente boliviano e di tutti gli altri significati allegorici attribuiti ai regali, dobbiamo ricordare quanto detto a Santa Cruz dove il Papa celebra messa accolto da 2 milioni di persone.

Si rivolge ai cartoneros e dichiara: “Iniziamo riconoscendo che abbiamo bisogno di un cambiamento. Problemi comuni a tutta l’umanità che hanno una matrice globale e che oggi nessuno Stato è in grado di risolvere da solo”.

Poi ricorda: “i contadini senza terra, famiglie senza casa, lavoratori senza diritti, persone ferite nella loro dignità. Le guerre insensate e la violenza fratricida che aumenta in molti territori. E allora diciamolo senza timore: abbiamo bisogno e vogliamo un cambiamento. Non si tratta di problemi isolati. Vogliamo un vero cambiamento delle strutture. Questo sistema non regge più, non lo sopportano i contadini, i lavoratori, le comunità, i Paesi. E non lo sopporta più la Terra, la sorella Madre Terra, come diceva San Francesco. Vogliamo un cambiamento della nostra vita, nei nostri quartieri, nel salario minimo, nella nostra realtà più vicina, un cambiamento che tocchi tutto il mondo. Mettere l’economia veramente comunitaria, d’ispirazione cristiana. L’equa distribuzione è un dovere morale. Per i cristiani l’impegno è ancora più forte: è un comandamento. Si tratta di restituire ai poveri e ai popoli ciò che appartiene a loro”.

Ovviamente il discorso va contestualizzato ma appartiene certamente alla battaglia comune contro la miseria e lo sfruttamento evocata costantemente dal Capo della Chiesa, senza scomodare sia Evo Morales sia i soviet. Il senso delle poche parole qui estrapolate legano molto con il pensiero base di Papa Francesco il quale ne ha sottolineato l’universalità anche attraverso l’apertura del Giubileo della Misericordia.

Bisogna ricordare che il Giubileo ha origine dalla tradizione ebraica che fissava, ogni 50 anni, un anno di riposo della terra (con lo scopo pratico di rendere più forti le successive coltivazioni), la restituzione delle terre confiscate e la liberazione degli schiavi, questo affinché non ci fossero comunque il troppo ricco e il troppo povero (Levitico, 25, 8 e seg.).

Concetti espressi da papa Francesco sull’equità, sul rispetto, sul perdono, sul cambiamento. Non un cambiamento a cui siamo costretti dagli eventi bensì quello indispensabile per poter migliorare e progredire. Sono passati tre anni e nel giorno di Pasqua 2018, Francesco utilizza nel suo discorso augurale due grandi parole: Speranza e dignità!

Ma noi siamo coinvolti, sempre più, da menzogne, cattiveria, lotta per il potere, scarsa sensibilità verso le disuguaglianze. Mi si perdoni il violento accostamento ma gli studi di Thomas Piketty, il giovane economista francese, sottolineano come lo squilibrio tra crescita economica e rendita del capitale costituisca una delle principali contraddizioni del capitalismo. Squilibrio che sarebbe responsabile di un aumento quasi meccanico dei grandi patrimoni, la cui inesorabile progressione minaccia sempre più i valori di giustizia sociale su cui poggia una democrazia.

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