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Politica

CRISI DI SISTEMA

MANIGLIO BOTTI - 11/05/2018

bandieraC’è qualcosa che non quadra o che almeno, anche in un mondo moderatamente sensibile alle cose della politica, non si riesce a capire: nello spirito e nella dinamica delle consultazioni post-elettorali (ormai sono trascorsi più di due mesi dal voto per la formazione del nuovo parlamento) avviate dalla presidenza della Repubblica, nelle dichiarazioni dei protagonisti, e presunti tali, e pure nei commenti degli analisti più competenti, per non dire dei cosiddetti “leoni da tastiera” o improvvisati maître à penser che spopolano in omaggio alla nuova informazione sui social d’ogni tipo e genere, nelle indicazioni che vengono dalla più alta carica dello stato: governo neutrale, di scopo, di garanzia, con la ragione ultima di superare un inverosimile impasse.

Quanto avvenuto prima dello scorso 4 marzo (ma in realtà la campagna elettorale in Italia è ormai uno stato di servizio permanente effettivo) pareva – sulla carta – facile e abbastanza chiaro: per cinque anni, cioè dal 2013 a oggi, legislatura durante la quale ha governato con una certa continuità il centrosinistra (Enrico Letta, Matteo Renzi, Paolo Gentiloni), c’è stata una certa qual continuità politica, riguardo i principali temi che sintetizziamo in pochi filoni: il problema del lavoro, dello sviluppo economico (e dei bilanci) e della sicurezza interna, i migranti, i rapporti con l’Europa, lo stato e le condizioni dell’Italia nelle relazioni internazionali.

 Il governo di centrosinistra ha visto sui banchi dell’opposizione, dura come non mai (ma da anni è così), il centrodestra dei berlusconiani o i forzitalioti, la Lega ex Nord, la destra, il Movimento 5 Stelle e – last but not least – una formazione di sinistra, posizionata in campo molto ideologicamente oltreché logisticamente.

Al voto del 4 marzo – con buona partecipazione degli aventi diritto, tutto sommato – i cittadini elettori con larga maggioranza hanno premiato le nuove proposte dell’opposizione e sonoramente bocciato il lavoro del governo e i suoi eventuali “aggiustamenti” promessi.

Ciò che non quadra e che non si capisce è quant’è successo dopo. Perché le opposizioni (a parte le nomine dei presidenti dei due rami del parlamento, su cui ci si è accordati quasi in un batter d’occhio) non sono riuscite a fare coagulare tra loro una pur minima sintesi delle loro proposte. Ma che si sarebbe perso del tempo, non cavando un ragno da un buco, consultando e riconsultando e conoscendo i precedenti attori appariva scontato anche a un abituale giocatore di tressette inchiodato al bar, più che a un commentatore politico. Non solo: le politiche si sono appuntate esclusivamente (via via cambiando indirizzo) sulle persone e sui caratteri e non sui loro programmi, e i programmi stessi sono stati cambiati all’improvviso a seconda degli interlocutori del momento. Fino a produrre uno stallo di cui in parte sono stati accusati i diretti protagonisti eletti, e che nei fatti andrebbe attribuito agli elettori stessi vellicati e continuamente sondati nelle loro direttive.

Il capo dello Stato, l’uomo che da solo avrebbe dovuto sbrogliare la matassa, s’è trovato inevitabilmente in braghe di tela. Si dice sempre, al momento di ogni elezione presidenziale, che egli altri non è che un notaio. Invece il presidente ha almeno due – ma uno soprattutto – grossi poteri nelle mani: il primo è la facoltà di sciogliere le Camere, o anche una sola di esse, fatto quest’ultimo finora mai accaduto nella storia repubblicana; il secondo è l’incarico da attribuire a un qualsivoglia personaggio da lui considerato autorevole, scelto anche al di fuori del mondo della politica, di istituire un governo – che dovrà essere accettato dal capo dello stato stesso – e di presentarsi poi alle Camere per ottenere la fiducia da ciascuna di esse. Punto cruciale. Il presidente non ha di per sé il compito di formare un governo purchessia, perché ciò spetta agli italiani, i quali demandano a loro volta l’incarico ai partiti e ai loro leader eletti…

Anche il famoso rituale delle consultazioni (stavolta si sono lette polemiche e proteste addirittura nei riguardi dell’ “integrità morale” delle persone presentatesi ) non è previsto da nessuna norma costituzionale, è una prassi cui ormai tutti si assoggettano, e senza la quale – probabilmente –, qualora venisse “saltata”, si griderebbe al colpo di stato.

L’aborrita indizione di nuove elezioni, che sarà probabilmente la carta da giocare, a detta degli specialisti, è probabile che non produrrà grandi novità, stante la attuale situazione. Per di più quando in estate le attenzioni degli italiani saranno concentrate su ben altre cose “importanti”. Se la vittoria al Tour del ’48 di Gino Bartali, si dice, portò al “rinvio” della guerra civile, figurarsi i campionati del mondo di calcio e le sacre vacanze al mare o in montagna oggi che sono in ballo poteri e poltroncine. Va detto, in aggiunta, che nemmeno proposte del tipo doppi turni e ballottaggi e premi di maggioranza risolverebbero un caso tanto intricato. È l’opinione di studiosi di meccanismi elettorali, visto l’andazzo, e non una considerazione buttata là.

Quando tali proposte furono sottoposte all’elettorato che oggi, tramite i partiti, si straccia le vesti e chiede nuovi sistemi esse vennero trionfalmente bocciate. E anche le istituzioni da noi deputate al controllo della Costituzione e dunque della democrazia le cancellarono da un possibile panorama politico.

Sorprendono un po’ le affermazioni di coloro che si mettono nelle mani del presidente della Repubblica – un Pilato senza bacinella e asciugamano – dicendo che intendono operare “per il bene del Paese”. Nessuno, in verità, si promuove intendendo operare “per il male del Paese”, che a quanto pare ha già manifestato la propria opinione con lapalissiana chiarezza. Ma aspettano a mettersi al lavoro o, eventualmente, a criticare democraticamente il lavoro di chi obiettivamente non sa costruire nulla di concreto.

Ecco perché c’è qualcosa che non quadra e che con tutta la buona volontà di questo mondo non si riesce a capire. Al punto in cui si è giunti, avviandoci appunto verso l’estate, balneare o no, c’è quasi da dire che forse sarebbe buona e non perigliosa cosa andare avanti così: nessun governo, in Italia, è meglio di un… governo qualsiasi e pur che ci sia.

La situazione è grottesca. E anche drammatica. Da noi ormai ci si è abituati a vivere del nulla. Fuori di qui siamo guardati come marziani. È vero che in altri Paesi s’è traccheggiato. Ma non risulta vi fossero problemi di simpatia e antipatia: quello no perché mi sta sulle scatole, non perché i suoi programmi sono sbagliati… Quell’altro pure: a casa mia pulirebbe i cessi.

Siamo nel mirino, dunque, degli altri europei e anche degli italiani. Pensiamo – ma solo per fare un piccolo esempio – a qualche centinaio di soldati impegnati come si diceva una volta oltremare in operazioni di peace keeping, lasciati soli al proprio destino, fino a prova contraria e fino a pianti di coccodrillo.

Griderebbe vendetta al cielo, e Dio non voglia, che qualcuno cada sotto una bandiera che nessuno vuole più issare. Per paura. Per insipienza. Per vera e propria incapacità.

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