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Società

COMUNICAZIONE, UN PROBLEMA

LIVIO GHIRINGHELLI - 11/05/2018

hateSotto il termine comunicazione si intendono sia il trasporto d’esseri viventi e oggetti, sia la trasmissione di messaggi, per quanto attiene al linguaggio e ai vari sistemi di segnaletica. Se l’Ottocento si è caratterizzato per un’ampia rivoluzione nel sistema dei trasporti, il Novecento si è segnalato per la trasmissione dei messaggi attraverso trasporti di pura energia (radio, televisione, Internet). In molti casi si sono rivelati obsoleti i trasferimenti fisici, sostituiti da puri trasferimenti comunicativi, che oggi si pongono prima e sovente al posto della scuola. L’individuo riceve una mole altissima di informazioni, che spesso non riesce neppure a selezionare. Viviamo in tempi di comunicazioni di massa con emissione di messaggi da centri di grande complessità tecnologica verso una moltitudine di destinatari, che non possono interagire con essi.

Viene così raggiunta la quasi totalità della popolazione. E la pervasività delle comunicazioni di massa fa nascere una scienza del fenomeno, nonché varie teorie critiche, con sviluppo delle scienze linguistiche e semiotiche e delle filosofie del linguaggio, dell’informatica, della computer science, degli studi di intelligenza artificiale. Onde l’omogeneizzazione dei costumi su tutto il pianeta e la diffusione planetaria di standard di informazione e di intrattenimento (globalizzazione).

Lo sviluppo dei trasporti ha profondamente influito sulla comunicazione tra culture, favorendo un neo-nomadismo interno ed esterno. Di contro alla stanzialità si è affermato un pendolarismo istituzionalizzato. E si è imposta una lingua veicolare internazionale, ma il turismo di massa al contempo ha determinato la perdita del senso del viaggio.

Per gli antropologi sono così nati i non luoghi, ovvero luoghi l’uno uguale all’altro. Con l’avvento di Internet anche lo schermo del computer è diventato canale per comunicazioni di massa e il numero dei messaggi si è moltiplicato in misura esponenziale con la propagazione istantanea delle notizie. Internet rende possibile a distanza il lavoro, con tutti i risvolti sociologici di un processo di decentralizzazione; può rivelarsi anche un rimedio alla solitudine, ma la possibilità di comunicare senza incontrarsi, senza interagire faccia a faccia, produce isolamento fisico.

Di qui un universo relazionale puramente virtuale. E il problema del controllo dell’informazione, con l’esigenza di una tecnica della selezione dei siti tutta da sviluppare. Una cultura seleziona ed è solo grazie a questa selezione che tutti possiamo intenderci. Ecco la necessità di parametri riconosciuti oggettivi o socialmente condivisi.

Si è temuto a torto che con la civiltà dell’immagine si determinasse la sparizione della cultura alfabetica, ma attraverso Internet si è veicolata in gran parte parola scritta. Il libro oggi è distribuito anche fuori delle librerie e se ne stampano più che in ogni altro secolo. Attraverso Internet si attua anche lo scambio di proposte creative. Certo chi appare sullo schermo televisivo risulta più reale di chi si incontra per strada. In ogni caso nella civiltà delle comunicazioni di massa è a rischio la privacy individuale, a prescindere dall’ottimismo totale che si registra.

Si impone quindi il diritto all’oblio, a non sapere e a non far sapere.

La memoria collettiva di Internet è implacabile e ci rende prigionieri di un passato destinato a non passare mai. Siamo consegnati alle banche dati, alle loro interconnessioni, ai motori di ricerca. La memoria sociale ha un’espansione senza limiti ed esercita una dittatura ineludibile. La tracciabilità rende ogni individuo scrutato, schedato. Di qui il diritto a governare la propria memoria. Il passato non può essere una condanna che esclude ogni riscatto.

In tempi recenti e attuali desta sempre più preoccupazione il fenomeno dell’hate speech, discorso finalizzato a promuovere odio nei confronti di individui e gruppi, avvalendosi di epiteti che denotano disprezzo nei loro confronti a causa della loro connotazione razziale, etnica, religiosa, culturale o di genere, fino a includere qualsiasi elemento in grado di configurare una comunicazione espressiva, anche non verbale, che veicoli un messaggio d’odio. Maggiore è la complicazione se l’ambito di esplorazione è quello della Rete (avvento di Internet); l’erronea percezione della realtà facilita la circolazione di informazioni parzialmente o del tutto false (fake news) attraverso la Rete e i socialmedia. La categoria non è oggetto di una definizione universalmente condivisa.

 In Italia allarmano xenofobia, islamofobia, discorsi antisemiti e razziali in crescita, soprattutto dal 2016. Attualmente non esiste una normativa penale ad hoc. E si tratta di un meccanismo perverso legato alle logiche divisibilità. Laura Boldrini, già presidente della Camera, ha promosso una Dichiarazione dei diritti in Internet. L’Unar (Ufficio nazionale antidiscriminazioni razziali) ha istituito a novembre 2015 l’Osservatorio media/Internet, che si pone l’obiettivo di ricercare, monitorare e analizzare quotidianamente i contenuti dei principali socialmedia, ma anche articoli, blog e commenti di forme che possano fomentare odio e intolleranza. Fondamentale è il ruolo svolto dall’attività di moderazione dei commenti on line per interrompere la spirale di violenza verbale e verbosa.

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