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Società

RITRATTI

GIOIA GENTILE - 18/05/2018

primacomunioneStudio Giacobbo, via Morosini, anni ’50. Lo ricordate? Una luminosa vetrina (o forse due), alcuni ingrandimenti di volti in un delicato color seppia, qualche sapiente, quasi invisibile ritocco manuale: appena un velo di rosa sulle labbra, due punti di bianco negli occhi. Si andava da Giacobbo ad immortalare i momenti più importanti – oggi, che i selfie si sprecano ed il web è invaso da miliardi di immagini, sembra si parli di un’altra era.

Mi è ritornato in mente quel rito ormai superato guardando un vecchio album, da cui sono spuntate tre mie foto scattate in quello studio: una quando avevo due anni, treccine e sguardo intimorito, una a otto anni, con il cappello e il piumetto da bersagliere di mio padre, e la classica della prima Comunione, velo sul capo e giglio bianco in mano.

Ricordo ancora i consigli del fotografo – sguardo dolce, inumidisci le labbra!-, il suo tocco sul viso, per inclinarlo verso la giusta luce, i suoi spostamenti rapidi da me alla macchina fotografica, fino al clic conclusivo: fine della tortura. Non mi sono mai piaciute molto quelle foto, e ancora adesso non mi suscitano particolari emozioni: tecnicamente ineccepibili, ma troppo costruite. Davvero in quel momento volevo avere uno sguardo dolce? Davvero volevo concentrarmi con aria ispirata sul giglio bianco?

Tuttavia mi sono fermata a guardarle un po’ più a lungo delle altre, per cercare di capire il motivo del mio atteggiamento contraddittorio nei confronti dei ritratti.

La fotografia mi ha sempre affascinato, più dei filmati. Amo fotografare paesaggi, strade, monumenti, ma mi piace che la scena sia vuota di persone: se qualcuno entra nel mio obiettivo, sento un irresistibile desiderio di una gomma con cui cancellarlo. D’altra parte, vorrei poter fotografare i volti, ma vorrei “rubarli”, per riuscire a cogliere il paesaggio interiore che si esprime in uno sguardo, in un atteggiamento. A quel punto, però, mi trattiene il rispetto dell’intimità altrui, la consapevolezza di non avere il diritto di scrutare la vita degli altri.

Ecco perché ho una profonda ammirazione ed una sana invidia nei confronti dei fotografi che riescono a cogliere anche nei soggetti in posa una profonda umanità. Penso ad artisti come Cartier-Bresson, McCurry, Salgado, che hanno saputo scorgere e fissare il guizzo di un pensiero, di un’emozione, di un sentimento nell’attimo irripetibile, e in fondo inesistente, di uno scatto. Inesistente perché, nel continuo fluire del tempo, quell’attimo è solo il dissolversi del precedente nel successivo. Eppure sarà lì, immutabile, finché l’immagine sarà leggibile, scintilla d’eternità, vittoria sulla morte.

Riesco a capire perché presso molte culture popolari – penso, ad esempio, ai nativi americani – la fotografia viene vista con sospetto ed interpretata come un furto dell’anima. “Se fotografi uno sconosciuto, nell’istante stesso in cui fai scattare l’otturatore, quella persona smette di esserti estranea, perché la porterai sempre con te”. Giuseppe Tornatore l’ha affermato per sottolineare la positività del rapporto che si crea tra il fotografo e il soggetto fotografato, ma non si può non riconoscere che è il frutto di un’intrusione.

A malincuore, quindi, non mi dedicherò a fotografare volti (anche perché, detto tra noi, non ho il talento necessario): mi limiterò, come ho fatto finora, a riprodurre col disegno quelli che altri hanno fotografato lasciandone intravvedere il mistero.

E sicuramente non dipingerò la mia immagine della prima Comunione, per non contribuire ad immortalare il mio sguardo leggermente incrociato su un giglio bianco troppo vicino agli occhi.

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