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Editoriale

INFERNO

MASSIMO LODI - 07/06/2018

conteIl nuovo governo grillodestro ha un’unica possibilità di durare: non mantenere tutte le sue promesse. Se dovesse rispettarle, si troverebbe nell’impasse (tragedia) economica. E quindi nell’obbligo d’innestare la marcia indietro, con ridicole/sciagurate conseguenze. Perciò, tanto per cominciare, prenderà tempo sugl’impegni più spinosi, flat tax e reddito di cittadinanza; poi adotterà un tot di misure a costo zero o prezzo demagogico (abolizione dei vitalizi parlamentari, condono fiscale, inasprimento delle regole sull’immigrazione, meno vincoli alla legittima difesa eccetera); infine, riconfermata l’amicizia agli americani e strizzato l’occhio (pericolosamente strizzato) ai russi, medierà sul grande tema dell’Europa. Cioè: non vogliamo uscirne, cerchiamo d’averla più amica/meno ostile. Al netto della propaganda alzaspread e borsakiller.

Prepariamoci dunque a mesi di molte chiacchiere e poca roba a seguire, ciò che ha peraltro caratterizzato precedenti stagioni. La differenza è che oggi si parla di cambiamento epocale, slogan cui s’aggrappano straordinari desiderata. Essi tuttavia vengono da due versanti dell’elettorato (Lega e Cinquestelle) conflittuali sino a qualche settimana fa per ragioni propagandistiche e divergenti ancor oggi per propensioni ideologiche, obiettivi sociali, speranze di futuro. Il problema è tenere insieme gli opposti: può riuscire (talvolta) nelle gridate intenzioni, non sempre (quasi mai) nei concreti fatti.

Al populismo del resto non importa la capacità vera di dare risposte alle esigenze di chi lo vota. Importa raccogliere il consenso per poi farne un uso libero/disinvolto. Su questo Di Maio e Salvini han trovato l’intesa di palazzo: cominciamo a prendere il potere e poi vedremo. Non essendogli concesso di prevalere l’uno sull’altro nella premiership, han dovuto assegnare il ruolo a una terza persona. Nelle loro intenzioni un semplice e ligio controllore degli stabiliti equilibri di comando e dell’esecuzione prona del contratto stipulato tra le due parti. Giuseppe Conte, il professore imprestato per caso alla politica, si piegherà nunc et semper al diktat o si scioglierà ogni tanto dal cappio, ammesso che ne sia capace?

Non sarebbe così sorprendente, nel surrealismo narrativo di questa stupefacente vicenda istituzionale, il colpo (colpaccio) di teatro. Che cioè egli -superati gaffe, lapsus e circonlocuzioni tenebrose- si dimostri un garante del populismo più scaltro dei suoi dioscuri, guadagnando un po’ d’autonomia grazie a doti sceniche già intraviste nelle orazioni a Camera e Senato. Il tecnico non eletto da nessuno e messo sulla poltrona di Palazzo Chigi al solo scopo d’eseguire gli ordini ricevuti, ha qualche chance d’emanciparsi da un rango minore/umiliante. Se -prevedibilmente rafforzando l’entente con il presidente della Repubblica- accenderà una fiammella d’empatia con gl’italiani, Di Maio e Salvini dovranno spegnere qualche bollore. L’ipotesi, chissà quanto peregrina, è che l’avvocato degl’italiani si trasformi in avvocato del diavolo: l’unico modo che ha per sfuggire (e farci sfuggire) all’inferno.

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