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Cultura

L’UOMO DELLE STELLE

MANIGLIO BOTTI - 06/07/2018

furiaTra Varese e Catania ci sono 1400 km, da Varese a Berlino 900, da Varese a Stoccolma 1600… Perché il riferimento a queste distanze oggi colmabili in voli low-cost ma anche con percorrenze studiate in automobile e nemmeno tanto stressanti? Oggi. Ma nel periodo della guerra – diciamo nel 1941 – erano distanze che ti cambiavano la vita.

Partivi, inseguendo il lavoro, i sogni e in qualche caso anche le stelle, e ti lasciavi tutto alle spalle. Salvatore Furia – l’inventore-fondatore-creatore del Centro geofisico prealpino, su a Cima Paradiso del Campo dei Fiori – venne nel Varesotto dalla sua Sicilia appena sedicenne. Non aveva dentro la sicilianità – qualcuno dice anche la sicilitudine o il male di Trinacria – ma la voglia di fare e di inventare di creare e di essere sé stesso. E quindi è probabile che il suo sogno l’avrebbe realizzato dovunque fosse andato: a Berlino a Stoccolma o a Varese…, lasciando dietro di sé tutto, tranne che i suoi sogni e le sue speranze, e la storia che era dentro e che un giorno sarebbe venuta fuori, e dunque degna di essere raccontata. Quasi un Cristoforo Colombo dei tempi moderni.

In un bel libro del giornalista Gianni Spartà – anch’egli siciliano di Messina ma cresciuto nel Varesotto al seguito della famiglia venuta su per lavoro – di Salvatore Furia, il professore, com’è stato sempre da tutti chiamato, e a buon diritto perché professore, insegnante, maestro di vita è stato per tante generazioni di ragazzi varesini, si racconta la storia di vita bellissima, straordinaria. Ma che non è una fiaba perché dietro ci sono l’ingegno e il sacrificio, la passione e il lavoro. Il libro si intitola “Pensieri positivi”, che era poi l’invito quotidiano che il Professore – tracciando le previsioni meteo per il Gazzettino Padano – lasciava all’ascoltatore, come se (ed era proprio così) il tempo alla fine contasse poco o nulla se non c’era un atteggiamento di umanità e di gioia di vita a supportarlo o a tollerarlo. Insieme con annotazioni riguardo un fiore che spuntava o il pettirosso che ricominciava a diffondere il suo canto o la cinciallegra che tornava a cinguettare nella siepe del vicino.

Il libro, edito a Varese da Pietro Macchione, un altro uomo del Sud – la Calabria – trapiantato nel profondo Nordovest, ha come sottotitolo “Salvatore Furia, il Cacciatore di Stelle”, come Orione, il grande cacciatore che nelle nostre latitudini impronta di sé e giganteggia nel cielo dell’inverno. E forse sarebbe stato un titolo ancora più azzeccato, perché nessuno, come il professore, si sarebbe potuto meglio accostare al gigante del cielo e delle costellazioni. Il libro di Gianni Spartà, dunque, ripercorre la storia dell’uomo e anche la storia di settant’anni – Furia ritornò nel cielo all’età di 85 anni tra l’11 e il 12 di agosto del 2010, quando piovono lacrime di stelle – di una città, di un territorio che proprio grazie a “personaggi universali” come Salvatore Furia, spesso si sono ritrovati, senza avvitarsi in un egoismo silenzioso e – forse – anche snobistico. Appaiono, da protagonisti e comprimari, uomini e donne strani e misteriosi. Come l’ebreo-cinese Chang-Sai Vita (rappresentante a Varese tra gli anni Cinquanta e Sessanta della Cina di Mao) e la signora Sofia Zambeletti, che alla fine cede a Furia e ai suoi “cacciatori di stelle” qualcosa come quasi quattrocentomila metri quadrati di terreno su a Cima Paradiso. Ricompare l’impegno di Furia per riportare alla vita un lago, il lago di Varese, morto, ucciso. Il prezzo che Varese pagava al suo sviluppo degli anni del boom.

Furia era tutt’altro che uno snob. Il suo viso e le sue parole trasmettevano passione. Era un fumantino ma anche uno schietto e un generoso. Un uomo nobile e al tempo stesso popolaresco, sempre vicino agli altri. Memorabile il suo supporto (chiamato da un altro varesino illustre e famoso: l’onorevole Giuseppe Zamberletti) a sostegno delle popolazioni colpite dal terremoto in Friuli e, sei anni dopo, in Irpinia. Un uomo colto di scienza e anche di poesia: pochi o nessuno come lui, per esempio, conosceva la storia dei poeti bosini, fino nelle sfumature, e quando ne parlava gli occhi gli sprizzavano di felicità.

Il libro di Spartà va letto proprio se si vuole conoscere bene la storia di una città attraverso un uomo che l’ha amata e che l’ha resa grande, oserei dire più di quanto la città stessa meritasse. Cogliendone i particolari, l’entrata in scena di tanti personaggi talvolta impensabili, come s’è detto,  l’impegno che portò Furia e i suoi ragazzi, e i suoi molti amici, sulla montagna del Campo dei Fiori, dove c’era scienza – l’astronomia, la botanica, lo studio dei terremoti, il controllo dei satelliti dai quali trarre le previsioni del meteo – e soprattutto l’amore per la vita.

Salvatore Furia era un uomo unico. Raro. Impossibile non conoscerlo e non diventargli amico. Non c’è cronista varesino che, lavorando in quegli anni – tra i Sessanta e i Settanta – non abbia fatto ricorso alla sua dottrina, alla sua personalità…

Mi viene alla mente il mio ricordo personale. All’inizio degli anni Settanta, praticante giornalista, sostituivo in Prealpina il redattore della pagina delle Cronache Varesine che aveva tra i suoi incarichi quello di passare in tipografia, entro le sei di sera, il bollettino delle previsioni meteo. A comunicarlo era il Centro geofisico prealpino nella figura del professore stesso, che lo dettava al dimafonista,  o della sua brava collaboratrice Alessandra Ribaldone che spesso lo consegnava di persona ai fattorini di viale Tamagno.

Alle sei e mezzo, quella sera, il bollettino del meteo non era ancora arrivato. Alle sette meno un quarto men che meno. Il proto Enrico Macchi cominciò a urlare. Non mi feci prendere dal panico. Raccattai tre o quattro Prealpine della settimana, dalle quali trassi qualche frase anodina e generica, e soprattutto guardai fuori dalla finestra. E scrissi il meteo.

Il pomeriggio del giorno dopo dal centralino mi passarono una telefonata: “Sono Furia. Chi è quell’imbecille che ha scritto il meteo di oggi?” “Prof, quell’imbecille sono io: ma che non si sappia in giro”.

Diventammo amici così.

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