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Editoriale

GIORNALISMO ETICO

MASSIMO LODI - 17/03/2012

 Lavorare di meno e fare più vacanze? Gli svizzeri hanno detto di no. Proposta messa a referendum, verdetto di larga maggioranza. Avrebbero potuto aumentarsi le settimane di ferie da quattro a sei, hanno preferito restare come sono. Meglio la continuità del lavoro che la discontinuità causata dalla sua possibile perdita.

Una decisione non così scontata, sia pure nel frangente di crisi e incertezza. Chissà noi come avremmo risposto, specialmente quelli di noi che hanno il posto garantito.

Il lavoro, dunque, prima di tutto? Non esattamente. Prima viene l’uomo, e poi il lavoro. Che tuttavia è connaturato all’uomo, lo gratifica e valorizza, oltre che consentirgli di mantenersi. Anche Gesù lavorava, nel Vangelo di Marco la sua professione viene indicata con la parola greca “téktòn”, che può essere tradotta come artigiano, falegname, fabbro, muratore. A Nazareth aveva sperimentato occupazioni materiali, materialissime, manipolando legno e ferro. Era un modo per mettere alla prova i talenti ricevuti, e renderli disponibili al servizio degli altri: il lavoro è anche questo, forse soprattutto questo. Se ciò che fai non incontra utilità e apprezzamento, a che cosa serve?

Naturalmente il lavoro, nessun lavoro, può (deve) essere graffiante della dignità di chi lo esegue. Un concetto insieme semplice e complesso, tanto che per affermarlo son dovuti passare molti secoli, molte vittime, molto sacrificio. E nonostante questo, un concetto che talvolta è oggetto di discussione, quando non di revisione: una sorta d’inspiegabile regresso, nell’umanità che progredisce e offende uno dei suoi valori fondanti.

È antica la domanda se il lavoro lascia eredità di spirito, e non solo di opere. Si risponde che sì, la lascia eccome. Basti pensare alle grandi opere, monumenti che segnano le epoche. Ma un tale riferimento è facile, perfino banale. Bisognerebbe più di frequente esercitarne un altro, diretto alle piccole opere della quotidianità comune: sono un’infinità, come i loro artefici. Che offrono l’eroismo più impervio: fare al meglio ogni giorno la parte ricevuta in sorte dall’ingegno e dalle circostanze. È questo il modo – annotò lo scrittore spirituale Thomas Merton, durante le sue meditazioni in una trappa americana – per rendere la vita, che inesorabilmente sfugge tra le mani, non simile alla sabbia, ma alla semente.

A questa categoria del vissuto appartengono due storiche personalità del giornalismo varesino, Gaspare Morgione ed Ettore Pagani, che onorano RMFonline della loro presenza fin dalla fondazione, chiamati a partecipare alla nostra avventura di volontariato da padre Gianni Terruzzi e da Alma Pizzi. Competenza e rettitudine, rigore e modestia: Morgione e Pagani ne danno testimonianza esemplare da mezzo secolo, e l’Ordine dei giornalisti li premierà il 29 marzo prossimo al Circolo della Stampa di Milano con una medaglia d’oro. Rappresentano l’esempio, ormai sempre meno esteso data la volgarità dei tempi, d’un giornalismo etico che ha lontane radici nella varesinità, e che privilegia la sostanza alla forma (l’essere all’apparire) al punto che uno dei due, Morgione, preferisce firmarsi con uno pseudonimo.

Non li ringrazieremo mai abbastanza. Il lavoro, il mondo del lavoro, non li ringrazierà mai abbastanza.

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