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Noterelle

DICOTOMIA POLITICA

EMILIO CORBETTA - 28/09/2018

promesseL’uomo semplice, il comune cittadino, quello che troppo spesso fatica a “sbarcare il lunario”, come dice un noto detto popolare, può non accorgersi del contrasto che c’è da molti anni tra i politici che operano nella capitale e i politici a noi più vicini, che amministrano nelle regioni, nelle province, nei comuni. In questi giorni però non può sfuggirgli quanto sta avvenendo: il blocco di capitali che avrebbero dovuto arrivare nelle città per recuperare aree disagiate da tempo. Non può sfuggire, anche perché è vivace la reazione dei sindaci di tutti i partiti nei confronti di chi governa centralmente.

Vien da chiedersi: “Per me, umile povero diavolo che posso esprimermi politicamente solo con un voto, sono più importanti gli atti politici di Roma o l’attività più umile ma più pragmatica, più reale, della politica periferica delle regioni, delle città, dei paesi? Più importanti per il nostro esistere i milioni manovrati a Roma o i pochi soldini che ritornano, spendibili per le nostre città?”

Il buon senso dice che il problema non dovrebbe  esistere perché ci dovrebbe essere il massimo equilibrio nell’usare le risorse in modo da realizzare il bene di tutti;  nel caso poi in cui non ci siano i fondi, se c’è la necessità di rinunce, di sacrifici, che questi siano distribuiti in egual misura tra tutti i cittadini. In sintesi: è un discorso che vale sia per i vantaggi che per i sacrifici.

A questo punto si evidenzia una debolezza caratteristica del funzionamento della democrazia e cioè la caccia al consenso che si rivolge allo stesso modo  a cittadini posti su diversi livelli, sia che abbiano saggezza e capacità di critica, sia che non abbiano cultura. Il voto di una Montalcini (premio Nobel) è uguale a quello di un analfabeta più facilmente coinvolgibile nelle spirali del consenso.

È inevitabile che il politico cerchi di conquistare il consenso più facile usando demagogia, cedendo cioè  al così detto populismo. Ora le promesse fatte hanno dato i loro frutti e si deve cercare di soddisfarle. E così nella disperata ricerca di possibilità economiche succede che risorse destinate alla risoluzione di problemi importanti per i cittadini vengano sacrificate al “dio consenso” a scapito di (minoranze) molti. In pratica succede che chi opera a livello governativo centrale penalizzi gli amministratori periferici, imponendo loro forzosi risparmi. La dialettica dei partiti si annulla in favore di quella tra i politici centrali e i politici periferici.

Da anni si vive questa dicotomia e ben lo sanno gli amministratori dei comuni costretti a pesanti limitazioni nei loro bilanci dalla “spending review” ideata da chi governa. È uno stato di cose stupidamente drammatico che va a pesare sulla qualità di vita dei cittadini che faticano a veder bene il nocciolo di questa mancanza di democrazia.

Il cittadino vive il dovere di versare le tasse, ma vive anche il disagio di non ricevere i servizi  cui ha diritto proprio per averle  versate. Questo il risultato del perverso meccanismo.

Solo illuminati statisti riescono a condurre con equilibrio l’importante gioco di un governare saggio, rispettando il valore dei numeri troppo spesso accantonato in nome della politica; si dimentica infatti che i numeri hanno il significato di una ideologia politica molto elementare ma più concreta di quella delle parole. I numeri sostengono concretamente i fatti, le parole purtroppo possono essere devianti. Troppo spesso sentiamo dire, con scarsa intelligenza o addirittura in mala fede, che la politica è cosa diversa, molto diversa e che i numeri bisogna saperli superare e ciò ha creato nel tempo il grave problema del così detto debito pubblico. Recentemente  qualcuno ha addirittura affermato che i debiti pubblici non si pagano mai, per cui sono incrementabili, ma ciò è smentito dalle sofferenze dei più umili che vivono in molte nazioni impoverite dai debiti.

Il debito, grande motore dell’economia quando viene usato con prudenza, oculatezza, buon senso diventa la mannaia che tutto distrugge, che può gettare sul lastrico i singoli, ma anche popoli interi, come insegnano sia la storia passata che gli eventi dei nostri giorni.

La dialettica banale tra i vari livelli di politici di cui abbiamo parlato prima ha come fondamento proprio i numeri del debito con prevedibili gravi conseguenze future.

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