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Attualità

IL MIGLIOR NEMICO

MANIGLIO BOTTI - 19/10/2018

diversoUna volta il nemico era l’ebreo, specie se ricco, affamatore del popolo germanico e non solo. Oggi può esserlo il Rom, il diverso, l’extracomunitario, il migrante tout court.

Su questa “estraneità” che sconvolge il quieto vivere di molti cittadini del mondo qualche partito e qualche leader hanno creato buona parte del proprio successo elettorale, puntando il mirino su obiettivi che probabilmente distolgono l’attenzione da altri che ci impegnerebbero di più, anche solo a livello di riflessione o di esame di coscienza. Meglio, dunque, scaricare tutto sui diversi, sui (presunti) nemici. E del resto fare finta di niente.

Non passa giorno che il tema dei migranti non sia trattato dai giornali, dalle Tv. Il vicepremier (si fa per dire) Matteo Salvini ne ha fatto uno dei suoi principali contenuti politici di resistenza. Sui social, lo stesso tema, con tante citazioni e affermazioni buttate giù lipperlì, imperversa.

Per intanto, in aggiunta a quanto si può ragionevolmente ipotizzare e poi sostenere, un autorevole studioso, il professor Stefano Allievi, docente di sociologia all’Università di Padova, di recente, ha dato alle stampe un libriccino, un opuscoletto (edito da Laterza), che fa pendant con altri lavori più complessi e articolati (Tutto quello che non vi hanno mai detto sull’immigrazione e Immigrazione. Cambiare tutto) pubblicati negli ultimi due o tre anni. Il nuovo libretto si intitola: “5 cose che tutti dovremmo sapere sull’immigrazione (e una da fare)”. Se ne consiglia la lettura, anche solo a scopo informativo o di curiosità.

Il fenomeno dei migranti è cosa complessa, storica per non dire ancestrale all’uomo. E quindi irrisolvibile di per sé. Al di là di ogni esame o analisi o politica di contenimento. È difficile, anzi impossibile che Matteo Salvini con la sua provocatoria politica di contenimento (porti di mare chiusi, aeroporti chiusi) – una politica tanto applaudita oggi – potrà passare alla storia come il bimbetto delle leggende olandesi, il piccolo Hans di Haarlem, che con il ditino infilato nel buco della diga contribuì a salvare il proprio paese, evitando che fosse sommerso dall’acqua tracimata. E poi c’è da dire che l’uomo è anche più potente di un elemento naturale primordiale, come l’acqua.

Tra le tante differenze descrittive che si sono lette in questi anni sulla condizione dei migranti v’è quella – importante – di coloro che fuggono dalle guerre o altre calamità, e per i quali la richiesta di diritto d’asilo in siti più sicuri è sostenuta dal diritto internazionale, oltre che dall’umanità, e dunque anche dalla nostra Costituzione, e dai cosiddetti “migranti economici”, cioè coloro i quali lasciano i propri paesi in cerca di condizioni di vita migliori, almeno nella speranza. Da respingere.

Fu, questa dei migranti economici, la condizione che portò a cavallo dei secoli XIX e XX, e anche oggi, milioni di nostri connazionali a vagare per il mondo. A volte riuscendo nell’intento di soddisfare le proprie esigenze e i propri sogni, altre no.

Ma il professor Allievi – com’è inevitabile – elenca altre ragioni che spingono un uomo o una donna a lasciare il proprio paese, i cosiddetti fattori di spinta o di attrazione. Citiamo un po’ in ordine sparso quelli di più difficile e complessa interpretazione: la libertà di muoversi, di sfuggire al controllo sociale della famiglia e della comunità, di studiare quello che si vuole, di trovare nuove e diverse opportunità di lavoro, di fare esperienze, tutte quelle legate alla condizione giovanile. Incluse – scrive non banalmente il professore – quelle sessuali, in società più aperte da questo punto di vista…

Sarebbero queste, in genere, le motivazioni “esperienziali”, che sono probabilmente le condizioni che spinsero l’uomo – fin dalle sue origini e dalla conquista della posizione eretta – a muoversi sulla Terra. Sarà un caso che, come sostiene ormai la maggior parte degli studiosi, l’uomo cominciò la sua avventura di vita e di “esperienze” muovendosi dall’Africa sudorientale.

Nel tema concreto delle cose da fare, in una situazione irrisolvibile da parte di un unico Paese europeo (e da qualche politico che usa strumentalmente e elettoralmente i suoi propositi) che una prima mossa sarebbe quella di cambiare le leggi che riguardano le normative di ingresso, visti i cali demografici, con un impegno e un rigore che dovrebbero preludere anche a una correzione della way of life occidentale. È verosimile che sia questa anche l’opinione pensata e espressa dalla Chiesa cattolica: una politica di pace e di “mirata” accoglienza.

Se alla base di tutto v’è l’uomo e la sua ricerca di esperienza, è davvero impossibile che il ditino infilato nel buco della diga possa impedire all’acqua di inondare la terra. È magari – ma qui si fa ricorso al sentimento, alla letteratura, alla poesia, che però non sono mai cattivi indicatori – anche una ricerca di felicità. L’invocazione leopardiana del canto notturno del pastore errante: “Forse s’avess’io l’ale / Da volar su le nubi, / E noverar le stelle ad una ad una, / O come il tuono errar di giogo in giogo, / Più felice sarei, dolce mia greggia, / Più felice sarei candida luna”.

Ed è nella pratica – s’è ricordato più volte – il sogno descritto nella canzone Imagine di John Lennon, perseguito dai nomadi: vivere in un mondo senza confini e senza nazioni. È per questo che ai “nomadi” del mondo e della vita tutti gli altri continuano a fargliela pagare cara.

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