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Cultura

IL MONDO DI QUINE

LIVIO GHIRINGHELLI - 26/10/2018

quineWillard von Orman Quine (1908-2000) nasce ad Akron nell’Ohio. Laureatosi in matematica con A.N. Whitehead, si trasferisce per un certo tempo in Europa, formandosi culturalmente in alcuni centri legati al movimento neopositivista (Vienna, Praga, Varsavia).

Negli anni Trenta entra in contatto col Circolo di Vienna e ne critica la fondamentale distinzione neopositivista tra giudizi analitici e giudizi sintetici. Incontra Carnap. Ritornato negli Stati Uniti, assume la cattedra di filosofia all’Università di Harvard.

I più importanti contributi logici sono relativi ad alcuni sviluppi della teoria degli insiemi. Tra le correnti della matematica, intuizionista (Brouwer), logicista (Frege) e formalista si situa tra l’intuizionismo e un forte concettualismo, rifiutando la concezione propriamente platonistica.

Il suo è un tentativo di semplificare e allo stesso tempo perfezionare la teoria ramificata dei tipi elaborata da Bertrand Russell. Generale per il corso delle sue opere è l’atteggiamento antimetafisico.

Fondamentale per Quine è l’insostenibilità della distinzione tra enunciati analitici, tautologici, che si basano sul significato dei termini e valgono indipendentemente dai dati dell’esperienza ed enunciati sintetici, empirici, non deducibili dal puro ragionamento, bensì dall’osservazione contingente, tra verità di ragione e verità di fatto. I primi si avvitano su se stessi in un circolo vizioso di inestricabili rimandi reciproci tra i sinonimi; i secondi non possono essere interpretati attraverso un rinvio diretto ai puri dati percettivi.

Nessun enunciato infatti è suscettibile di essere confermato singolarmente, al di fuori del suo contesto globale, onde l’impostazione olistica. Cadono così sia la possibilità di ridurre tutti gli enunciati significanti all’esperienza immediata, sia la nozione di ”significato”, in quanto concetto rigido, che si riferisce a qualcosa di esterno, a un nudo fatto muto e non interpretato. Tale posizione apre la strada all’idea che esistano più paradigmi, in quanto ogni osservazione è carica di teoria o più versioni del mondo, in quanto differenti schemi concettuali generano modi diversi di costruire la realtà.

Non sarà possibile alla scienza fabbricare una pluralità di mondi, dotati di una loro interna consistenza, alla maniera in cui li fabbrica l’arte”(I due dogmi dell’empirismo, 1951).

Pertanto per Quine non esistono asserzioni, il cui valore di verità non dipenda più o meno fortemente dall’esperienza. Non vi sono proposizioni valide a priori, esenti da correzioni empiriche, neppure nei campi della logica e della matematica.

Quine rifiuta anche un altro caposaldo del primo neopositivismo: il riduzionismo radicale, per cui sarebbe possibile, in linea di principio, ricondurre ogni proposizione non analitica avente significato a proposizioni che vertono su esperienze immediate, cioè sui dati sensibili e che sono confermabili o refutabili isolatamente.

Non è possibile mettere alla prova una singola proposizione di una teoria scientifica: ogni ipotesi affronta il tribunale dell’esperienza insieme a tutti gli altri enunciati della teoria. L’esperienza non può dirci quale parte del sistema è confutata, cosicché è sempre possibile scegliere con un certo margine di libertà, le ipotesi da modificare e quelle che vanno invece conservate.

Questa discrezionalità nella scelta dei punti della teoria, su cui fare gravare il peso della smentita empirica, ci permette sia di sostenere la verità di qualsiasi asserzione sia di affermare nello stesso tempo che nessuna asserzione può essere considerata immune da rettifiche, comprese le leggi logiche del sistema.

Quine riprende una tesi proposta da Pierre Duhem (1861-1916) nell’opera La teoria fisica: il suo oggetto e la sua struttura: il fisico non sottopone mai a verifica empirica un’ipotesi isolata, ma controlla sempre un’ipotesi insieme ad altre assunzioni ausiliarie, cioè mette alla prova un sistema nella sua globalità. “Qualunque affermazione può ritenersi vera, qualsiasi cosa accada, purché si facciano drastici aggiustamenti altrove nel sistema” aggiunge Quine. Ed è impossibile tracciare una linea netta di demarcazione fra le proposizioni analitiche della logica, sempre vere e quelle sintetiche della fisica, soggette a falsificazione. Tutte le proposizioni si potrebbero ritenere vere operando rettifiche nella struttura delle assunzioni, in cui sono inserite.

Si è perfino proposto di modificare la legge logica del terzo escluso come un mezzo per semplificare la meccanica quantistica e che differenza c’è in linea di principio fra una modifica del genere e quella per cui Keplero ha preso il posto di Tolomeo o Einstein quello di Newton o Darwin quello di Aristotele?

Nello scritto su Ciò che vi è (1948) Quine si è posto il problema: quali oggetti dobbiamo ammettere come dotati di esistenza? Già Russell aveva analizzato il caso delle descrizioni, che apparentemente denotano oggetti inesistenti (ad es. le montagne d’oro). Quine prende invece in considerazione i nomi propri come Pegaso (il cavallo alato). Per il nostro i nomi di fatto non hanno il minimo rilievo per il problema ontologico.

Qualsiasi cosa si dica con l’aiuto di nomi può essere detta in una lingua che fa del tutto a meno dei nomi. Essere ritenuti entità vuol dire unicamente e semplicemente essere considerati valori di una variabile. Non adottiamo alcuna ontologia, che comprenda Pegaso, quando dichiariamo che Pegaso non è. Possiamo liberarci dell’allucinazione, che la significanza di una proposizione contenente un termine singolare presupponga un’entità da quel termine designata. Non c’è affatto bisogno che un termine, per avere significato, debba essere un nome di qualcosa.

Nell’opera Nuovi fondamenti della logica matematica (1937), ulteriormente modificata in Logica matematica (1940), Quine aveva presentato una semplificazione della teoria degli insiemi di Neumann, Bernays, Goedel. Definisce logicamente veri gli enunciati che nel linguaggio naturale vengono detti analitici (ogni cosa è uguale a se stessa), più altri del tipo “Tutti gli scapoli non sono sposati”, la cui analiticità è giustificata in base alla nozione di sinonimia.

La nozione di necessità viene generalmente spiegata in termini di analiticità: si cade così in un circolo vizioso. Quine si pronuncia per un empirismo senza dogmi che, soprattutto a partire da Parola e oggetto (1960), si inquadra in una più generale concezione comportamentistica e fisicalista del linguaggio e del discorso scientifico, sistematicamente rivolta a una negazione tanto del platonismo semantico, quanto del mentalismo.

Tali posizioni si traducono in sede ontologica in un atteggiamento assai aperto: sono possibili diverse spiegazioni del mondo egualmente soddisfacenti (ognuna con la sua propria ontologia, non si può dire quale di esse è quella giusta).

Altre opere da segnalare: Filosofia della logica (1970), Le radici del riferimento (1974), I modi del paradosso (1966) e Relatività ontologica (1969).

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