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Urbi et Orbi

IL TELEFONINO S’INVOLA

PAOLO CREMONESI - 08/02/2019

dipendenzaQualche settimana fa sulla metropolitana di Milano mi hanno rubato lo smartphone.

Cose che capitano: un vagone particolarmente affollato, la stanchezza di un viaggio da Roma che rende meno attenti. Fatto sta che sceso alla stazione Garibaldi, le mani che fino a pochi minuti prima avevano maneggiato nel giaccone il cellulare, hanno trovato una tasca vuota.

Sorpresa, sconcerto, angoscia. Questi i primi sentimenti che si sono affollati alla mente. Con il telefono infatti era sparite una rubrica particolarmente folta, le foto, gli sms che periodicamente avevi promesso di scaricare e non l’hai fatto.

Mi ha colpito più di tutto la sensazione di “non essere contattabile”. E a mia volta di “non poter comunicare”. Solo la gentilezza di alcuni agenti di polizia, con la loro abituale condotta professionale, mi ha permesso di avvisare casa e lavoro di quanto era accaduto.

Adesso come farò?” continuavo a ripetermi. Nessuno mi può chiamare. Né io di contro. Mi sentivo in totale balia delle circostanze. E questo mi ha fatto pensare.

Quando sono sbarcato a Roma nel 1981 i telefoni pubblici erano a gettoni. Per annunciare alla famiglia che mia moglie era incinta del nostro primo figlio ho percorso un chilometro a piedi per raggiungere il posto pubblico della periferia a sud della capitale dove eravamo andati ad abitare. Spesso tra una telefonata e l’altra di aggiornamento passavano tre o quattro giorni. Dieci anni dopo la redazione regionale Lazio della Rai mi diede in dotazione per i servizi esterni un prototipo di telefono portatile. Era una valigetta pesantissima cui si attaccava con uno spinotto una tastiera. La draconiana raccomandazione della Direzione era di usarlo solo per servizio o in casi di emergenza.

Eppure nell’uno e nell’altro caso ho campato tranquillamente e la constatazione di ‘non essere raggiungibile’ non mi ha sfiorato in alcun modo.

Allora da dove nasce questa nuova percezione di fragilità?

Analizzando le reazioni sono giunto a un paio di considerazioni. La prima è che la continua possibilità di connessione nasconda una ansia da controllo.

L’Sms o lo WhatsApp offre una illusione di poter essere artefici della realtà, di stabilire noi tempi e ritmi della esistenza, di poter interagire a nostro piacere con le persone, magari per manipolarle. Si taglia fuori invece la constatazione che dell’esistenza possiamo controllare ben poco.

La seconda considerazione nasce dall’attribuzione del valore della persona in quanto ‘utile’ agli altri e non come un ‘bene in sé’. Qualcosa che ha a che fare con quello che gli psicologi chiamano delirio di onnipotenza. La continua connessione attribuisce lo spessore della mia esistenza al fatto di essere riconosciuto, di poter ‘contattare’qualcuno, di poter ‘fare’ delle cose per gli altri.

Il ‘tuuu! tuu!’ del vecchio telefono analogico diventa il ‘tu’ dei messaggi e dei contatti. In assenza dei quali il proprio ‘io’ non ha valore. E il moltiplicarsi di emoticon, sms, messaggi sembra garantire la consistenza della persona: un affannarsi di contatti che ricorda quello del criceto che gira, a vuoto, sulla ruota.

Con una curiosità mista a scetticismo ho seguito il crescere in Italia dei centri di disintossicazione dalle dipendenze da Internet. Ho sempre pensato a esagerazioni giornalistiche ma quando mi è capitato sulla pelle di essere privato a forza di uno strumento di connessione, mi sono reso conto di quanto certi meccanismi digitali agiscono nel profondo della mente.

L’astinenza da smartphone è durata una settimana. Allo sconcerto iniziale è subentrata nei giorni seguenti una calma che aveva le sue sorgenti nella constatazione che ‘tanto non posso farci niente’. Né in entrata né in uscita: per chiamare dovevo chiedere in prestito un telefono a qualcuno e quindi i colloqui erano ridotti allo stretto necessario.

L’ attesa di un nuovo telefono e di una nuova scheda non è stata una esperienza sgradevole. Anzi. La vita è tornata a quei ritmi più naturali e distesi di quando appunto percorrevo un chilometro a piedi per poter dire ai miei genitori che Chiara aspettava Mariagiulia. E magari trovavo occupato.

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