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Stili di Vita

LO PSEUDOCONCETTO

VALERIO CRUGNOLA - 05/04/2019

globalizzazioneNei prossimi articoli l’impianto espositivo di Mounk farà spazio a tre approfondimenti: il nesso tra populismi e guasti della globalizzazione indagato da Crouch; la costruzione di un paradigma populista in Müller; le riflessioni di Harari sulle minacce che gravano sul pianeta e che non trovano adeguate risposte in sede politica. Al termine di questo peregrinare vedremo la risposta Mounk e gli altri alla domanda: “Cosa possiamo fare?”.

L’opera di Crouch sfata alcuni luoghi comuni ancora circolanti nelle periferie culturali. Come Amartya Sen, suo connazionale e amico, Crouch rimase immune dalle fatue seduzioni del blairismo e apprezzò i Forum sociali mondiali, definiti da Sen «il movimento morale più globalizzato nel mondo odierno». In Postdemocrazia (2003), notò che i processi globali dominati dal liberismo stavano sottraendo agli stati democratici il governo della politica economica. Quella che nel 2003 era una tendenza è ora un processo compiuto. In un quarto di secolo il liberismo ha minato congiuntamente la democrazia, il liberalismo e il welfare state. Nel dogma allora dominante, se l’istituzione migliore per governare le cose umane è il mercato e se i mercati devono essere liberi e sovrani, i governi difendono gli interessi economici nazionali solo se facilitano le “leggi del mercato” e lasciano al mercato anche la tutela delle classi popolari. La globalizzazione ha permesso al capitalismo di «distruggere i meccanismi di governo capaci di contenere quegli eccessi che causano povertà e disuguaglianza e portano a trascurare i bisogni collettivi». Di qui due ulteriori “contraccolpi”: la crisi delle identità nazionali; e le conseguenze politiche, culturali e sociali che ne sono discese, specie di fronte ai fenomeni migratori.

L’arduo compito di «ottenere un qualche controllo su un mondo caratterizzato da un’interdipendenza sempre maggiore attraverso lo sviluppo di identità e istituzioni democratiche e di governo in grado di spingersi oltre la dimensione dello Stato-nazione» è inattuabile se le logiche emotive sostituiscono quelle argomentative e se il sovranismo si scaglia contro il falso bersaglio dei migranti «lasciando le imprese multinazionali e i mercati finanziari deregolamentati fuori da ogni controllo». La narrazione sovranista oggi egemone è una prospettiva antiquata «in un mondo in cui nessuna persona, regione o nazione può stare in piedi da sola senza una profonda cooperazione con gli altri», ma è figlia della crisi degli strumenti vigenti di regolazione dei rapporti tra gli stati nazionali, gli uni con gli altri o di ciascuno con le istituzioni sovranazionali. Chi non coglie gli orizzonti inediti aperti da questa crisi non può elaborare alternative efficaci e si consegna inerme alle pulsioni sovraniste.

L’alleanza tra conservatori e neoliberisti è saltata. La leadership dell’opposizione alla globalizzazione è nelle mani della destra tradizionalista e nazionalista. Lo scontro in atto sembra al momento ridursi a un conflitto tra due tendenze illiberali e antidemocratiche, una liberista e una antiglobalista. La seconda spera di contrastare il dominio del capitalismo deregolato facendo leva sul governo nazionale, non trovando disponibile uno strumento migliore di governance che non sia lo Stato-nazione. Da questo giudizio discendono due tesi dei populisti radicali che si dichiarano oltre la divisione tra destre e sinistre: il welfare state è tanto più efficace quanto più l’impronta multietnica della società è debole; lo stato deve tornare ad esercitare una politica normativa nei movimenti finanziari, commerciali e migratori.

Negli ultimi anni per ottenere una globalizzazione regolamentata le forze moderate di destra e di sinistra hanno stretto delle alleanze. Le “grandi coalizioni” hanno espresso dei buoni governi ma hanno soffocato la dialettica tra destra e sinistra, vitale per le alternanze democratiche, a favore delle ali estreme. Le nuove destre si muovono più a loro agio, e non solo perché si astengono da improbabili nostalgie totalitarie. La sinistra socialdemocratica sembra fuori gioco, ma ha ancora un ruolo. Una sinistra non più conformista può dare contributi apprezzabili. «È necessario porsi dalla parte della globalizzazione contro i nuovi nazionalismi, ma anche insistere per riformare le sembianze che questo processo ha assunto». «Se invertissimo il processo di globalizzazione, il mondo diverrebbe più povero». Per salvare la globalizzazione occorre abbandonare l’ideologia del liberismo ipercapitalista e resistere alle sirene nazionalistiche. Non si può tornare a una galassia di economie nazionali autonome sorrette da stati sovrani sottratti alle interdipendenze. «L’idea di sovranità economica nazionale» deve «cedere il passo a una concezione di sovranità riunite per perseguire una migliore regolamentazione transnazionale dell’economia globalizzata». Questo è il compito precipuo delle sinistre. In più, Harari ci dice che la sopravvivenza della vita sul pianeta rende pericolosissimi certi slogan grotteschi e faciloni come “America First” o “Prima gli italiani”.

I fenomeni migratori sono un effetto dello scenario politico globale dominato dal credo liberista. I flussi migratori si manifestano con tre tipologie. I lavoratori ad alta qualificazione e mobilità si insediano nelle grandi aree metropolitane. I lavoratori a bassa o nessuna qualificazione provenienti dai paesi più poveri si dirigono verso zone più attraenti e accessibili, dove sussiste una domanda apprezzabile di lavoro dequalificato e a basso costo, stabile, precario, stagionale o irregolare, associata a un deficit demografico. Rifugiati e richiedenti asilo fuggono da guerre, dittature, discriminazioni di genere, povertà assoluta e catastrofi climatiche e ambientali che distruggono le economie di sussistenza. I professionisti del populismo alimentano i sentimenti di rifiuto e ostilità nei riguardi dei migranti solo contro l’ultima fascia.

La xenofobia e il razzismo si impiantano in zone a) a bassa immigrazione, dove i contatti con le minoranze etniche sono più rari o addirittura inesistenti, e b) in fase di declino economico, con effetti disgreganti sulla stabilità delle comunità locali. La fuga dei giovani avvilisce e incupisce ulteriormente le popolazioni delle aree in declino, che nella tetraggine del loro immaginario percepiscono il ricambio generazionale come una sostituzione etnica. Peraltro i flussi tendono a divenire multidirezionali. «Sono molte le persone che viaggiano sempre più per il mondo con passaporti e visti differenti, che acquistano beni e servizi a grande distanza, che si godono il cibo, la musica, l’arte, la letteratura e le mode degli altri paesi, nonché imparano la lingua degli altri». Di nuovo, i luoghi di incubazione della xenofobia e del razzismo sono quelli più deprivati perché poveri di scambi multidirezionali e incarcerati in isolamento entro ristrette catene di interdipendenza. Da un punto di vista opposto le destre sovraniste vantano il radicamento locale dei calorosi somewhere people contro il gelido cosmopolitismo dell’anywhere people, dei “solo qui” contro gli “ovunque”. Davvero sono preferibili i grevi, ma rassicuranti, rapporti faccia a faccia nello strapaese al liberante anonimato metropolitano che ogni giorno ci chiama a scegliere dove vogliamo essere, con chi vogliamo socializzare o a quali valori condivisi consacrare il nostro tempo? Personalmente non ho dubbi: l’identità è un concetto inservibile e un carcere per feticisti.

(fine quinta puntata – Le prime quattro sono state pubblicate sui numeri del 09.03.19 del 16.03.19 del 23.03.19 e del 30.03.19)

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