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Stili di Vita

DIVERSI

VALERIO CRUGNOLA - 03/05/2019

diversoMüller considera il populismo «una forma moralizzata di antipluralismo», «una particolare visione moralistica della politica, un modo di percepire il mondo politico che oppone un [immaginario] popolo moralmente puro e completamente unificato a delle élite ritenute corrotte o moralmente inferiori». «Oltre a essere antielitari, i populisti sono antipluralisti. Sostengono di essere gli unici a poter rappresentare il popolo. Tutti gli altri candidati politici sono essenzialmente illegittimi, e chi non sostiene i populisti non fa parte veramente del popolo. Quando sono all’opposizione, i populisti insisteranno inevitabilmente nel bollare le élites come immorali, mentre il popolo è un’entità morale e omogenea che non può sbagliare».

I populisti hanno un rapporto fideistico e dogmatico con la propria ideologia, sono davvero convinti che le loro promesse in materia di democrazia possano essere effettivamente mantenute. «Parlano e agiscono come se il popolo potesse sviluppare un solo giudizio, un sola volontà e dunque un solo, inequivocabile mandato. Parlano come se il popolo, purché siano stati delegati i giusti rappresentanti, fosse uno solo e qualsiasi opposizione, sempre che ne venga riconosciuta l’esistenza, fosse destinata a scomparire». Il popolo è inteso in chiave olistica: è un intero organico e coerente e non una sommatoria di diversità; è una realtà che non può essere declinata al plurale; e i populisti sono i soli titolati a rappresentarlo. Il sistema politico deve tornare ad essere indiviso. Diversamente dalla democrazia, dove i rappresentanti possono corrispondere o meno alle attese degli elettori, nei regimi populisti nessuna azione del governo può essere discussa perché ciascuna di esse attua il volere del “popolo” (“mi hanno eletto per questo”).

Nessun populista chiama le forze che dirigono o in cui militano per ciò che realmente sono, un partito. La parte esclude il tutto, evoca l’idea di una società articolata e plurale. Meglio ricorrere a giri di parole come “movimento”, lega”, “fronte”, “alleanza”, “civismo”. Poiché si è costretti ad ammettere qualche differenza, entra in gioco un quarto criterio olistico: la certificazione di autenticità (“la gente vera”). Il populista «deve sostenere che solo una parte del popolo è il popolo»; e lui solo «identifica e rappresenta in modo autentico questo popolo vero e proprio». Nell’ideologia populista la natura inclusiva della democrazia si tramuta in un criterio esclusivo: la negazione della diversità all’interno del “popolo” inibisce lo status di cittadini liberi e uguali a chi presenta qualche diversità: la discendenza etnica, la religione, i comportamenti ritenuti degni di stigma, come il convivere senza matrimonio o le inclinazioni sessuali aborrite dai clerotalebani convenuti a Verona. Vi è dunque chi non è “popolo” e non è ammesso a farne parte. Nella sua idea di inclusione Müller si richiama al più grande filosofo della politica dell’ultimo terzo del ‘900, John Rawls: «Accettare il pluralismo non vuol dire riconoscere il fatto empirico che viviamo in società diverse; piuttosto, comporta un impegno a trovare dei termini equi di condivisione del medesimo spazio politico con altri che rispettiamo in quanto liberi e uguali seppure irriducibilmente differenti nella loro identità e nei loro interessi». In linea di principio, e non solo per motivi pragmatici, sbaglia chi esclude i populisti da un tavolo di confronto politico e programmatico, o ne respinge a priori i segnali di malessere. Anche nei riguardi dei populisti le forze democratiche devono orientarsi verso un’inclusione concreta e simbolica. «È possibile prendere seriamente in considerazione i problemi che essi evidenziano senza accettare il loro modo di dipingerli».

Inoltre, vi è un parametro certo – e certificabile con curricula online – per misurare la moralità politica: l’opposizione tra purezza e corruzione, tra operosità e parassitismo, tra l’onesto compilatore di carte verdi e il politico intrallazzone. A titolo rafforzativo, per proteggere il popolo da eventuali “tradimenti” da parte dei suoi rappresentanti, sono previste norme d’osservanza “paracostituzionali”: investiture, giuramenti, codici etici e chierici vigilanti che, in caso di loro violazione, sanciscono ai traditori epurazioni, castighi e punizioni. A queste tattiche si affianca l’arma della teoria della cospirazione. Essendo infallibile ex cathedra, il populista è sempre vittima anche quando governa: dietro le quinte il «sistema» (additato da Di Maio come colpevole del dimezzamento dei grillini in Basilicata) trama e consente alle élites corrotte di continuare a sfruttare il candore e l’ingenuità del popolo. Infine, il leader populista non si presenta per quel che è, un politico, ma per quel che non è e non può essere, un semplice portavoce. Come nota Mounk, «la promessa di dare espressione alla voce autentica del popolo è la caratteristica centrale del populismo»; «ci vuole soltanto un leale portavoce della gente che conquisti il potere, sconfigga i traditori e applichi soluzioni di buon senso». «Spesso – scrive Müller – può sembrare che i populisti pretendano di rappresentare il bene comune come desiderato dal popolo. A un più attento esame, si scopre che ciò che importa ai populisti non è tanto il prodotto di un reale processo di formazione della volontà o di un bene comune comprensibile a chiunque provvisto di buon senso, quanto piuttosto una rappresentazione simbolica del “popolo vero” da cui è poi dedotta la politica corretta. Ciò rende la posizione politica di un populista immune alla contestazione empirica».

Il monolitismo dei partiti populisti è ben noto agli italiani. Nel punto terminale della parabola burocratica descritta un secolo fa da Max Weber, i partiti di massa si sono ridotti a «macchine per selezionare ed eleggere dei leader o, nella migliore delle ipotesi, arene per una micropolitica dominata da una personalità, anziché una tribuna per un dibattito ragionato». «I partiti populisti sono particolarmente inclini a un autoritarismo interno». Si pensi al grillismo: vige una compattezza “bulgara”; la comunicazione percorre la sola via dall’alto verso il basso; il dissenso non si manifesta perché il dibattito interno è troppo povero, scadente o assente e perché gli attivisti sono inclini sin dalla loro adesione all’unanimismo fideistico e all’asseverazione subalterna, sicché l’esiguo corpo militante si allinea in conformità con i dettami dei leader. Il monolitismo discende direttamente dall’ideologia antipluralistica dei populisti: se la coesione tra partito e popolo, tra leader e popolo e tra leader e partito è totale, discutere non serve, sottrae tempo al “fare”. Questa inclinazione viene rafforzata dal fatto che i militanti dei partiti populisti sono dei credenti imbevuti di dogmatismo al limite del fanatismo: la loro “fede” settaria nel partito ha un carattere religioso e integralistico. Il populismo difetta di laicità, e anche di quel minimo di ironia verso se stessi che non guasta mai. Le forze populiste tendono a ridursi a un one-man-party, fino al caso paradossale del partito di Wilders in Olanda, che ha solo due aderenti: l’individuo Wilders e la fondazione che reca il suo nome e di cui è l’unico socio. Nemmeno la famiglia Casaleggio è arrivata a tanta sfacciataggine. In una parola, non è affatto vero che il populismo apre la strada a una maggiore partecipazione alla politica.

Tutti i leader populisti incarnano figure caricaturali che evocano l’uomo medio (Mounk vede in Berlusconi l’apripista di questa strategia). «Ma negli ultimi anni anche le caricature del tedesco, dell’indiano, del polacco e dell’americano medio hanno riscosso un enorme successo». L’identificazione tra elettore e leader populista è immediata: “lui è come me, io sono come lui, potrei essere al suo posto, sono rappresentato da lui quanto lo sarei da me stesso, sono lì al suo fianco”. L’accessibilità del leader populista offre ai suoi sostenitori un’autostima più alta. Facciamo un esempio: “Se un valletto da stadio è ministro, io cassiere al supermercato non mi sento inferiore, anzi me ne compiaccio: finalmente il popolo ha vinto sulle élites”. E chi meglio della casalinga di Voghera può amministrare il bilancio? La politica come professione non è prerogativa dei populisti, come il caso Renzi dimostra. Anche Putin, Wilders, Orbán, Salvini o Di Maio sono politici di mestiere che non hanno fatto altro nella vita. Non importa, loro si chiamano fuori: sono politici “diversi” e “speciali” costretti a battersi contro la mala politica. Avrebbero fatto ben altro nella vita, se…

(fine ottava puntata – Le prime sette sono state pubblicate sui numeri del 09.03.19 del 16.03.19 del 23.03.19 del 30.03.19 del 06/04/19 del 13.04.19 e del 20.04.19)

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