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Attualità

LEGGENDARIO FRANCO

MASSIMO LODI - 03/05/2019

franco_ossola

Franco Ossola

Era il 4 maggio ’49, settant’anni fa. L’aereo che riportava il Grande Torino in Italia da Lisbona -dove aveva giocato un’amichevole a beneficio del portoghese Ferreira che chiudeva la carriera- cadde sulla collina di Superga avvolta dalle nuvole e investita dalla pioggia. Trentuno a bordo tra giocatori, tecnici, dirigenti e giornalisti: tutti morti. Tra di essi Franco Ossola, varesino, ventisette anni, sposato con Piera, padre di Daniela e futuro papà di Franchino. La sera prima di partire, la moglie gli aveva telefonato all’Hotel Touring di Milano, dov’era radunata la squadra reduce dal match di campionato con l’Inter: <Mi sento in pancia qualcosa come fu per Daniela>. Franchino non avrebbe mai conosciuto il babbo. Raccontò dell’emozione provata quando ne ascoltò la prima volta la voce, su un disco: gli parve troppo flebile per appartenere a un fuoriclasse che aveva intimorito fior di colossi delle difese avversarie.

Franco giocava da attaccante. Numero undici sulla maglia, specialità nel caracollare su e giù lungo la fascia, poi guizzi improvvisi e passaggi rapidi alla ricerca dell’uno-due che spiazzasse le difese. Spesso le spiazzava. 181 partite con la maglia granata, 85 gol. Fu lui il primo acquisto che il presidente Ferruccio Novo fece per costruire il team degl’invincibili. Di Ossola, nato all’ombra del Bernascone il 23 agosto del ’21, parlò per primo con speciale autorevolezza agli appassionati di calcio un giornalista destinato a diventare celebre, Nino Oppio. Franco giocava nel Varese, campo di Legnano. Oppio scrisse sulla Gazzetta dello Sport <C’è un elogio che va dritto dritto a quel ragazzo di 18 anni pescato nelle riserve. Si chiama Ossola, la sua partita è stata un gioiello di ricami, di passaggi, di azioni impostate, sviluppate ed anche concluse con tiri saettanti. Una continuità ed una sicurezza di gioco degne di un giocatore arrivato. Ossola è una bella promessa e le possibilità per andare lontano ed i mezzi ci sono>.

Il suo allenatore era Antonio Janni, ex del Toro. Lo segnalò subito a Novo, facendogli sapere che sul ragazzino aveva puntato gli occhi l’Inter. Il presidente chiuse rapidamente l’affare. Franco andò alla scoperta di Torino, che non conosceva, da solo. Papà Gino avrebbe voluto accompagnarlo, ma non potè per obblighi di lavoro. Scese a Porta Nuova un po’ spaesato e con qualche timore, poi tutto si risolse in  fretta. Contratto firmato il primo agosto ’39, mille lire al mese più quattromila e cinquecento di una tantum a mo’ d’ingaggio. L’avventura poteva avere inizio.

Di Ossola i tifosi s’innamorarono fin dal debutto, 4 febbraio del ‘40 a Novara. Piaceva per l’indole un po’ malinconica, per l’eleganza del portamento, per lo stare in campo con aria a volte di distacco che era solo il preludio a invenzioni fulminanti, per la freddezza e la precisione davanti ai portieri avversari. Con Piero Magni, suo compaesano e gloria della Juve, furono derby accesissimi, ma anche divertenti. Franco amava scherzare: una volta per celia indossò persino la maglia bianconera, e qualcuno rischiò di sentirsi male. A Torino s’ambientò bene, e nello squadrone di Erbstein l’amico del cuore diventò Gabetto, con il quale aprì il bar Vittoria nel centro della città. Si faceva la fila per entrarci, quando uno dei due era presente; quando c’erano entrambi, non si entrava proprio.

Ossola contribuì a segnare un’epopea del calcio italiano: cinque scudetti e una Coppa Italia. Ci fosse stata la Champions, il Grande Torino l’avrebbe vinta a ripetizione. Quella leggenda fu data in consegna a Varese a due degnissimi epigoni di Franco, i fratelli Luigi –per tutti Cicci- e Aldo. Il primo, classe 1938, ex cestista della Robur et Fides poi tenace mediano-mezz’ala del tostissimo Varese di Busini e Puricelli, e successivamente del Mantova e della Roma; il secondo, classe 1945, pluriscudettato e dominatore europeo e mondiale dell’Ignis-Mobilgirgi di Messina, Nikolic e Gamba, conquistatore di Coppe Italia, Coppe dei Campioni, Coppe Intercontinentali. Dalla leggenda di un Ossola si passò così alla leggenda degli Ossola, famiglia sportiva entrata nel mito. Ma in punta di piedi, con discrezione, riservatezza, umiltà: insegnando che si può essere campioni di sport e anche di vita. Chapeau a tutti  e tre, Franco, Cicci e Aldo.

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